Sei mesi dopo lo sgombero del palazzo di via Curtatone in piazza Indipendenza a Roma, scadono i termini dell’accoglienza temporanea dei rifugiati (una trentina in totale, dicono le associazioni, su un’occupazione che contava anche un migliaio di persone) entrati allora nei centri del circuito capitolino. “Si comunica la conclusione dell’ospitalità concessa entro e non oltre il 26.03.18 causa decorrenza dei termini del periodo di accoglienza”, si legge sul foglio che mostra Gile Meconen. Gile è un eritreo di 56 anni: “Sono stato allontanato dal centro dopo l’intervento della polizia. Tutte le mie cose sono ancora lì. Dormo da degli amici. Il comune ci ha abbandonati. Sono diabetico, sono malato. Ora tengo l’insulina in tasca, mentre dovrebbe andare in frigo”. 

“Sono soltanto 7 le persone provenienti dall’immobile di via Curtatone e ospiti nel circuito di accoglienza capitolino che hanno lasciato le strutture”, risponde a ilfattoquotidiano,it l’assessorato alla Scuola, alla Persona e alla comunità solidale di Roma. “La permanenza non è stata prorogata per diverse ragioni: rifiuto di accedere al sistema Sprar (1 persona); rifiuto di svolgere l’attività lavorativa reperita loro dal personale e dagli operatori delle strutture (2 persone); raggiungimento autonomia alloggiativa (2); mancata adesione al progetto (1); rifiuto di proposta alloggiativa (1)”.

Secondo il comune “sin dall’inizio sono state messe in campo e continuano ancora oggi tutte le azioni utili per il raggiungimento dell’autonomia da parte degli ospiti, con il costante sostegno dei mediatori culturali affinché tutti fossero messi nelle condizioni di comprendere e di comunicare. A tutti gli ospiti sono stati garantiti la tutela della salute, consulenza e assistenza legale, ascolto e sostegno psicologico, mediazione, orientamento e accompagnamento ai servizi socio – sanitari sul territorio, informazioni sui diritti esigibili; orientamento all’inclusione lavorativa e all’autonomia alloggiativa”. 

“In questi sei mesi non abbiamo mai visto nessuno”, dice Gile. “Ho provato a cercare lavoro, sono anche un arbitro di calcio della Figc. Ma non ho trovato nulla”. “I percorsi – prosegue l’assessorato capitolino la cui titolare è Laura Baldassarre – configurano un ampio e variegato ventaglio di storie e di vicende che, nella maggior parte dei casi, hanno mostrato un esito positivo grazie al supporto e agli strumenti garantiti durante la permanenza. Alcuni hanno raggiunto un’autonomia alloggiativa, altri hanno beneficiato di una proroga della permanenza, qualcuno ha trovato una sistemazione alternativa dopo aver ricevuto ampio sostegno”. Alcuni “sono andati all’estero, altri da amici, altri ancora delle occupazioni sul territorio”, replicano associazioni ed ex occupanti. 

“Ci sono casi in cui il lavoro degli operatori è stato determinante nel reperimento di un impiego e di una casa oppure ha consentito l’inserimento nell’iter per la richiesta di assegnazione di un alloggio Erp”, dice ancora l’assessorato. “Nei casi di necessità, il lavoro degli operatori ha consentito di accedere a contributi economici per sostenere le spese mediche. Per i bambini è stato garantito un ampio lavoro di raccordo con i servizi sociali e sociosanitari territoriali con i quali sono stati impostati singoli progetti educativi e individuati obiettivi a breve e medi termine”.

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