Dopo aver superato il deserto, la Libia e il Mediterraneo, finivano sulle strade dell’hinterland di Torino come prostitute. È la storia di cinque ragazze nigeriane di circa venti anni, vittime di alcune “madam” e dei  “boss” che le avevano fatte arrivare in Italia e le avevano recuperate nei Cara di Mineo, Isola Capo Rizzuto, Borgo Mezzanone e Bologna con la falsa promessa di una vita dignitosa. Mercoledì i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Genova hanno arrestato cinque persone, mentre per due è stato spiccato un mandato d’arresto europeo. La Direzione distrettuale antimafia di Torino, pm Valerio Longi, le ha indagate per riduzione in schiavitù, tratta di persone, sfruttamento della prostituzione.

L’inchiesta nasce a Genova, dalla ricerca di un latitante, un nigeriano che doveva scontare quattro anni di carcere. Dalle intercettazioni sono emerse le attività di alcuni suoi connazionali che vivono a Torino, soprattutto gli affari di Esther Camara, “madam Nosa”, una ex prostituta che si è emancipata ed è diventata una sfruttatrice. È lei che nel dicembre 2015 va a recuperare Joy. Lei, giovanissima, era sbarcata irregolarmente ad Augusta il 23 dicembre 2015 ed era stata trasferita nel Cara di Isola Capo Rizzuto (Kr) tre giorni dopo. L’indomani Camara la recupera e la porta a Torino: “La madam mi ha portato via dal centro con inganno, dicendomi che mi hanno comprato dei vestiti e scarpe nuove per me, per darmi il benvenuto”, racconta a un’amica al telefono. Poi la sorpresa: “Mi hanno costretta a restare sequestrandomi tutta la documentazione rilasciata dal centro. Ecco perché è più di otto mesi che mi trovo sul marciapiede malata, senza soldi, senza documenti, senza niente”.

Venti euro all’ora il costo di una prestazione, 16.800 gli euro da ridare alla “madam” per essere libera. Non facile riuscirci, anche perché a Camara non va bene niente e spesso si lamenta della scarsa produttività di Joy e del rischio di non rientrare nell’investimento: “Epa (lo sciamano, ndr) aveva fatto tutti i controlli e i rituali necessari”, dice la “madam”. Riti propiziatori e incantesimi non erano serviti a garantire il buon esito dell’affare. Il problema di Joy è cominciato nel suo viaggio verso la Libia: “Una volta, durante il mio viaggio quando lasciai la Nigeria, ero in un hilos (un camion, ndr) sulla strada in un deserto. Improvvisamente sono caduta dall’hilos mentre la macchina era in marcia, così mi ha procurato un danno molto serio e nessuno mi aveva aiutata. Malgrado ciò vado ugualmente a lavorare, maltrattata dalla mia madam. Non mi porta neanche a fare una visita medica”.

“Appartengo a una madam, qualcuno mi ha comprato”, spiegava un’altra schiava, Sandra, al telefono con una sua connazionale di nome Tracy, che le risponde di stare tranquilla: “Tutti noi apparteniamo a qualcuno, ci comprano quasi tutte”. “Non so perché continuano a portare tante ragazze qui in Italia per sfruttarle – chiede a un’altra “compagna di sventure” (scrive il gip Silvia Carosio) – e poi non è la cosa che ci dicono prima di partire”.

La “madam” le compra tramite un uomo, Nathanel Okoh detto “Ogbe”, che dalla Sicilia mantiene i contatti con la Nigeria per l’acquisto e quelli con i “boga” che gestiscono i viaggi delle donne. E lui si lamenta con lei dell’aumento dei costi nel 2017: “Le cose sono cambiate ovunque – dice riferendo dei contatti con un procacciatore – a causa del rischio che uno corre facendo questi affari”. Prima che partano, però, devono passare dallo stregone per i riti voodoo juju, per i quali Camara versa dei soldi. “Ricordati di fare in modo che prima che loro partano da giù devono fare un giuramento di questo tipo, che loro arrivando qua e dopo che sono accolte in un centro di accoglienza non devono mai fare nessuna resistenza”, gli ricorda Okoh.

Se la madam paga gli epa, le ragazze dovevano anche versare del denaro alla “madam di joint”, Patiene Idehen, che – oltre a essere stata la “protettrice” di Camara e di una terza donna arrestata – controllava le porzioni di strade e marciapiedi insieme al figlio Osakpolor Igbinedion: “Sono io che possiedo tutta la zona di corso Emilia”, diceva a una prostituta.

Nel corso dell’inchiesta non sono emersi contatti con la mafia nigeriana radicata a Torino, però nei traffici “le modalità sono simili a quelle dei Black Axe (una delle mafie africane, ndr)”, ha spiegato il comandante del Nucleo investigativo Paolo Sambataro. Presente ormai da anni, la criminalità nigeriana è sempre più forte, come segnala la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nell’ultima relazione al parlamento in cui dedica alcune pagine alla tratta delle nigeriane: “Dal 2015 la Nigeria costituisce uno dei paesi con il numero più elevato di sbarchi via mare ed in particolare di donne reclutate dalle reti criminali nei loro villaggi o città di origine – si legge – durante il viaggio nei paesi di transito le donne sono spesso accompagnate da soggetti delle reti criminali, fino a giungere in Libia, luogo in cui permangono nelle connection houses o in ghetti, in cui, in attesa di essere imbarcate per l’Italia, vengono avviate coattivamente alla prostituzione e subiscono frequenti abusi e violenze sessuali”.