Gli arresti, eseguiti ieri, di dieci persone tra cui sette italiani, per l’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata non hanno palacato l’opinione pubblica che continua a puntare il dito contro il governo del premier Robert Fico. Dopo le manifestazioni dei giorni scorsi, sono annunciate fiaccolate e cortei di protesta in varie città del paese. Inoltre, l’opposizione di centro destra e il partito di minoranza magiara MOost Hid, membro della coalizione di governo, chiedono con insistenza le dimissioni del ministro dell’Interno Robert Kalinak (Smer, democratici sociali).

“Persiste l’opinione che il ministro dell’Interno debba dimettersi. Ci rendiamo conto del fatto che per rendere tranquilla la situazione e la tensione nella società il primo a dover agire è il partito Smer, il partito dei democratici sociali. Non credo sia necessario sacrificare anche il governo”, ha affermato Bela Bugar, leader di Most-Hid. “Il compito principale in queste ore è arrestare e punire l’assassino e il suo mandante e mi dedico a questo”, ha replicato Kalinak. Come se il raid della polizia che ha portato in carcere i componenti della famiglia Vadalà, imprenditori molto vicini al governo slovacco e il cui nome compare in alcune inchieste in Italia, non fosse avvenuto. Secondo il premier Fico, l’opposizione “strumentalizza l’omicidio per attaccare la democrazia sociale” in Slovacchia. Finora hanno fatto un passo indietro due stretti collaboratori del primo ministro, Maria Troskova e Viliam Jasan, entrambi indicati dal giornalista defunto Kuciak come persone legate alle famiglie di malavita italiana operative nell’est della Slovacchia, e il ministro della Cultura.

La pista della ‘ndrangheta calabrese è quella più battuta dagli inquirenti, che hanno fermato fra gli altri Antonino Vadalà, 42 anni, imprenditore al centro del reportage che scriveva degli affari della criminalità organizzata italiana con i fondi europei in Slovacchia. E proprio i rapporti di Vadalà con due esponenti dell’ufficio governativo. In questo scenario è emerso emerge come la Dda di Reggio Calabria avesse già allertato la Slovacchia sugli arrestati, chiedendo di monitorarne i movimenti già da tempo. Anche il ministro dell’Interno Marco Minniti è intervenuto sull’omicidio: “Il giornalismo d’inchiesta è ossigeno per la democrazia. Quando muore un giornalista investigativo c’è qualcosa che non funziona in quella democrazia”, ha detto, aggiungendo che “le mafie sono così potenti da colpire anche all’estero e in questa campagna elettorale sono sottovalutate”.

Agli arresti, in Slovacchia, sono finiti oggi anche il fratello di Vadalà, Bruno, 40 anni, e un altro parente, Sebastiano Vadalà, di 45. Durante le perquisizioni nelle case e nelle sedi delle società intestate a questi nomi, a Michalovce e a Trebisov, sono state sequestrate armi, detenute legalmente, e altro materiale, fra cui telefonini, computer, e documenti. Fra gli arrestati figurano poi i nomi di Diego Rodà, 62 anni, Antonio Rodà, 58 anni, Pietro Catroppa, 54 anni, e Pietro Catroppa, di 26. Nel suo articolo, Kuciak scriveva di quattro famiglie calabresi nell’orbita ‘ndranghetista – Vadalà, Rodà, Cinnante e Catroppa – con le mani in pasta in Slovacchia nei settori di agricoltura, fotovoltaico, biogas e immobiliare. Durante la conferenza stampa a Kosice, Gaspar ha escluso la connessione dell’omicidio con la pista della droga, anche se secondo il Centro delle indagini su corruzione e criminalità organizzata (Occrp), con cui Kuciak collaborava, la polizia italiana sospettava Vadalà di traffico di stupefacenti. Il capo della polizia slovacca ha parlato di una pista nuova, secondo cui l’omicidio del giornalista potrebbe anche essere legato alla sua inchiesta sulla corruzione massiccia nella Corte suprema slovacca. “Stiamo collaborando con l’Fbi e con quattro esperti internazionali”, ha detto Gaspar. Alle indagini prende parte anche la polizia italiana, ed aiuto è stato offerto dall’Europol e da Scotland Yard.