Donald Trump ha chiesto al suo omologo cinese Xi Jinping di sospendere tutte le forniture petrolifere alla Corea del Nord, “passo cruciale nello sforzo del mondo per fermare questo Paese reietto”. Il virgolettato è di Nikki Haley, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, che in una seduta straordinaria convocata dal Consiglio di Sicurezza in risposta all’ultimo test missilistico di Pyongyang ha descritto i contenuti della telefonata avvenuta ieri tra i due leader. “Questa azione avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana – ha detto la Haley – anche se è un conflitto che gli Usa non cercano”. E ha quindi specificato: “Se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”.

“Sappiamo bene che il principale motore della produzione nucleare (della Corea del Nord, ndr) è il petrolio. Con le sanzioni, abbiamo tagliato il 90% del commercio nordcoreano e il 30% del suo petrolio, ma il greggio rimane”, ha detto inoltre la rappresentante diplomatica di Washington, ricordando come nel 2003 la Cina provvedette effettivamente a chiudere i rubinetti del proprio export verso il Regno Eremita, sebbene ufficialmente per un guasto tecnico. Ma a settembre l’idea di un embargo energetico totale era naufragata in seguito alle proteste di Pechino e Mosca, preoccupate per la crisi umanitaria che una tale misura potrebbe innescare con conseguenze avvertibili entro i propri confini nazionali.

Nella giornata di ieri Trump aveva lasciato presagire l’arrivo di nuovi e più duri provvedimenti in un tweet sibillino. Letteralmente: “Ho appena parlato con il presidente cinese XI JINPING riguardo alle azioni provocatorie della Corea del Nord. Ulteriori importanti sanzioni saranno imposte oggi. Questa situazione verrà risolta!”. Qualche dettaglio in più è giunto per bocca del segretario di Stato Rex Tillerson che alla stampa ha anticipato la preparazione di una “lunga lista di ulteriori potenziali sanzioni, alcune delle quali coinvolgono altri istituti finanziari. Il Dipartimento del Tesoro annuncerà quali e quando saranno pronti a espellerli”.

Ufficiosamente, si parla della possibilità di introdurre un blocco navale con cui monitorare, intercettare e imporre restrizioni su ciò che può entrare e uscire dalla Corea del Nord. Ma per Koh Yu-hwan della Dongguk University equivarrebbe a una mezza dichiarazione di guerra. Secondo la Casa Bianca, discutendo con Xi Jinping, Trump ha “enfatizzato la necessità che la Cina utilizzi tutti i mezzi possibili per indurre la Corea del Nord ad abbandonare le provocazioni e a ritornare sul sentiero della denuclearizzazione”.

Pechino, dal canto suo, ritiene di aver già fatto abbastanza (lo scorso mese l’export cinese verso il Nord è precipitato del 16%) e chiede a Washington maggior cautela. Nel farlo, l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite Wu Haitao ha ricordato la formula della “doppia sospensione” proposta da Cina e Russia (congelamento dei test missilistici nordcoreani in cambio dell’interruzione delle esercitazioni militari tra Washignton e Seul), mentre il collega russo ha sottolineato le ripetute provocazioni degli Stati Uniti, dalle manovre militari (compreso il dispiegamento simultaneo di tre portaerei in prossimità della penisola coreana) all’imposizione di sanzioni unilaterali, fino al reinserimento della Corea del Nord nella lista dei paesi sponsor del terrorismo. Misura, quest’ultima, risalente ad appena una settimana fa.

Scendere a compromessi non sembra essere nelle corde del presidente statunitense, che fin dall’inizio del suo mandato ha escluso di poter tollerare una Corea del Nord in grado di minacciare il proprio Paese. Ma tra i corridoi della Casa Bianca non mancano i fautori di un “obiettivo temporaneo più realistico”. Ovvero di un implicita accettazione di una Corea nuclearizzata in cambio della sospensione di nuovi esperimenti atomici e missilistici. Una prospettiva che assume concretezza ora che — stando a Kim Jong-un —  Pyongyang ha “finalmente realizzato la grande causa storica del completamento della forza nucleare statale” grazie al lancio del vettore intercontinentale Hwasong-15, il più sofisticato mai testato.

Mentre la porta del dialogo non è ancora del tutto chiusa – rigettando fermamente una negoziazione della propria deterrenza nucleare, il regime di Kim ha esplicitato l’intenzione di affiancare gli Usa al tavolo delle trattative solo una volta raggiunta una posizione paritetica – la possibilità, tuttavia, che un errore di calcolo degeneri in una guerra nucleare ha silenziosamente riavvicinato gli eserciti di Usa e Cina.

Proprio mercoledì, mentre Washington, Seul e Tokyo chiamavano a raccolta il Consiglio di Sicurezza, la National Defence University di Washington ospitava una piattaforma di dialogo tra i generali delle due superpotenze con l’obiettivo di delineare possibili strategie di comunicazione in una generica situazione di crisi. Nulla che faccia esplicitamente riferimento alla Corea del Nord. Ma i colloqui sarebbero stati pianificati poco dopo la partecipazione del generale Joseph Dunford ad una serie di esercitazioni cinesi nei pressi di Shenyang, 190 chilometri dal confine sino-coreano. Da una prospettiva cinese si tratta di un raro cambio di strategia considerata la tradizionale reticenza di Pechino anche soltanto a valutare la possibilità di prendere una posizione antagonista rispetto al vecchio Paese amico nel caso di uno scenario bellico con gli Stati Uniti.

di China Files per il Fatto