Ha rigettato la richiesta di archiviazione, ordinando nuove indagini da eseguire. È quello che ha deciso il gip di Roma Giovanni Giorgianni , chiamato ad espimersi sulla vicenda del naufragio di un’imbarcazione di siriani avvenuto l’11 ottobre 2013 al largo di Lampedusa. In mare morirono circa 300 persone, compreso una sessantina di bambini. Il gip si è pronunciato in sede di opposizione alla richiesta di archiviazione dell’indagine. Nell’inchiesta sono coinvolti sette tra ufficiali e sottufficiali della Marina militare e della Guardia costiera.

Ad opporsi all’archiviazione erano stati i legali di Mohanad Jammo, primario dell’unità di terapia intensiva e anestesia dell’Ospedale di Aleppo in Siria, che stava attraversando il Mediterraneo con la moglie e i tre figli. I più piccoli, di sei anni e di nove mesi, morirono in quella tragedia. “Pur sapendo che c’era il rischio di naufragio, si è deciso deliberatamente di non intervenire”, erano i motivi che avevano spinto i legali del medico ad opporsi all’archiviazione dell’indagine proposta dalla procura di Roma. Già nel maggio scorso il gip del tribunale di Agrigento aveva respinto una prima richiesta di archiviazione. Poi, per competenza, le carte sono state inviate al tribunale della Capitale. Agli atti dell’inchiesta ci sono le testimonianze dei superstiti, le registrazioni e il materiale raccolto grazie all’inchiesta giornalistica di Fabrizio Gatti dell’Espresso.  “Quelle morti sono dovute ai ritardi nei soccorsi”, dice il legale del dottor Jammo, Alessandra Ballerini, che parla di “Almeno cinque ore di rimpallo tra Italia e Malta, mentre la nave affondava”.

Dopo tre giorni in un centro di detenzione in Libia a Zuwara, il 10 ottobre i profughi siriani vengono imbarcati su un peschereccio verso l’Italia. Secondo le testimonianze dei superstiti, vengono inseguiti per tutta la notte da una motovedetta militare libica che bersaglia il barcone con raffiche di mitra ferendo diversi passeggeri e forando lo scafo. Alle luci dell’alba si rendono conto che imbarcano acqua. Secondo i testimoni, le prime chiamate ai soccorsi partono alle 11, ma le prime registrazioni dove si può ascoltare nitidamente la richiesta di soccorso del dottor Jammo alla sala operativa della Guardia Costiera italiana risalgono alle ore 12.26. Alle 12.39 i militari italiani sono al corrente dello stato di pericolo dell’imbarcazione: alla deriva con diversi feriti e destinata ad affondare nel punto in cui si trova, cioè a un’ora e mezza di navigazione da Lampedusa, a tre ore da Malta. Ma i militari italiani sanno qualcosa che a bordo del peschereccio nessuno immagina: a poco più di mezz’ora di navigazione dalla loro posizione c’è una Nave della Marina Militare Italiana, la “Libra”, il cui equipaggio ha già salvato migliaia di vite durante l’operazione Mare Nostrum nel Mediterraneo. Ma la Libra non si muoverà, non ancora. Chi si trova nelle posizioni di comando decide di rimbalzare a Malta la responsabilità dei soccorsi: “You have to call Malta” (Deve chiamare Malta), si sente dire il dottor Jammo. Ma c’è di più. Pur di lasciare ai maltesi le operazioni di soccorso, gli italiani avrebbero esplicitamente chiesto al comandante della Nave Libra, Catia Pellegrino, di allontanarsi per “non farsi trovare tra i coglioni” all’arrivo dei maltesi “che sennò prendono e tornano indietro”, come si legge nella trascrizione dei messaggi tra Roma e la nave della Marina italiana.

I profughi chiamano Malta che manda due motovedette e un aereo in ricognizione. Ma l’aereo segnala anche la presenza della Nave Libra, con la quale, assicurano i maltesi, il velivolo tenta di mettersi immediatamente in contatto attraverso il canale di emergenza, come prevede il protocollo. Sulla Libra, però, non risponde nessuno. Solo quando la nave si ribalterà completamente, alle 17.10, gli italiani accetteranno di inviare la propria nave militare, che arriverà comunque dopo i maltesi. Se l’avessero mandata alla prima richiesta di soccorso, sarebbe stata sul posto poco dopo le 15, due ore prima della tragedia. “A riva i i superstiti domandavano perché li avevano lasciati morire. Non riuscivano a farsi una ragione delle oltre cinque ore di rimpallo tra Italia e Malta”, racconta sempre l’avvocato Bellerini. Per questo il gip del Tribunale di Agrigento, nel respingere la prima richiesta di archiviazione, ha ritenuto di “escludere radicalmente” l’ipotesi che “le condotte che hanno causato la morte di circa 300 persone di cui 60 bambini” siano state commesse “da operatori maltesi”. La tesi dell’accusa è che se gli italiani si fossero mobilitati subito o avessero immediatamente passato l’allarme ai colleghi alla Valletta, la strage non ci sarebbe stata. Oggi gli indagati rischiano una condanna per concorso formale e continuato in omicidio ai sensi degli articoli 110, 81 e 575 del codice penale.