La quasi totalità dei migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2016 non risulta portatrice di malattie infettive e gode di condizioni di salute migliori rispetto alla media dei Paesi di arrivo. Semmai, il pericolo di ammalarsi queste persone lo corrono in Italia a causa delle scarse condizioni di igiene, malnutrizione e alla difficoltà di accesso al sistema sanitario. Lo si legge nell’ultima relazione sulla tutela della salute dei migranti e della popolazione residente redatta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema d’accoglienza, identificazione ed espulsione. “Dagli studi e dal monitoraggio portati avanti per tutto il 2016 – spiega a ilfattoquotidiano.it Federico Gelli, deputato del Partito Democratico e relatore del documento – risulta evidente che la cosiddetta Sindrome di Salgari, ossia lo stereotipo del migrante ‘untore’, pericolosa fonte di malattie, specie di tipo infettivo, non è oggi supportata da alcuna evidenza scientifica. Si tratta di un falso mito”.

Lo studio svolto dalla Commissione prende in esame un campione di 17.989 persone, la totalità di quelle sbarcate nel porto di Catania nel 2016. Dalle analisi effettuate su ognuno dei migranti, il numero di casi più alto riguarda semplici sindromi febbrili (510) o febbre e tosse (191). Rarissimi i casi di malattie infettive: 19 casi di tubercolosi polmonare, 4 casi di tubercolosi extrapolmonare, 11 polmoniti batteriche, 11 gastroenteriti, 8 episodi di varicella, 3 di schistosomiasi, 2 infezioni da Hiv, un episodio di pielonefrite e uno di spondilodiscite. “Questi giovani, nella maggior parte dei casi di sesso maschile, – continua Gelli – hanno condizioni di salute che non esito a definire invidiabili. La quasi totalità dei casi ravvisati sono semplici stati febbrili o infezioni dermatologiche, da contatto, infezioni dovute anche alle ferite dovute alle violenze subite durante il viaggio o la presenza di parassiti esterni come pulci. I casi di malattie infettive si riducono a una percentuale quasi nulla, molto più bassa rispetto a quella presente nei Paesi d’origine. Questo è dovuto a due diversi fattori. Il primo riguarda la selezione fatta prima della loro partenza, con le famiglie che, investendo i propri risparmi per mandare un proprio membro in Europa, scelgono quello con una condizione di salute che gli permetta di affrontare la traversata nel deserto e quella nel Mediterraneo. Il secondo fattore, più triste, è legato al fatto che molte delle persone malate che affrontano un viaggio simile muoiono prima di poter arrivare a destinazione. Questi due elementi creano quello che abbiamo definito ‘effetto del migrante sano’ e che abbiamo attribuito alle persone prese in esame nel 2016”.

La Sindrome di Salgari, tornata in voga negli ultimi anni con l’aumento dei flussi migratori diretti verso l’Europa, è quindi un’illusione. “Semmai – aggiunge il deputato Pd – è vero il contrario. Questi giovani arrivano nel nostro Paese in ottime condizioni di salute e tendono ad ammalarsi qui, in Italia. Lo abbiamo chiamato ‘effetto del migrante esausto’, ossia quella condizione di malessere prolungata che porta un giovane in buona salute, ma provato da una lunga traversata, a contrarre malattie che non presentava al momento del suo ingresso nel Paese. Questo è dovuto alle condizioni di vita nelle quali questi ragazzi sono spesso costretti all’interno dei nostri centri d’accoglienza: malnutrizione, scarse condizioni igienico-sanitarie, difficoltà di accesso al sistema sanitario, carenza di personale specializzato. Non dimentichiamoci che, spesso, queste persone sono costrette a rimanere all’interno delle strutture per mesi, se non anni”.

Ai pericoli legati allo sviluppo di malattie una volta arrivati in Italia, la relazione affianca il timore per lo sviluppo di disturbi psicologici che possono andare da semplici stati d’ansia post-traumatica a vere e proprie patologie psichiche. “Un terreno ancora inesplorato quando si parla di migranti – continua Gelli – è quello che studia le condizioni psicologiche di queste persone. Abbiamo verificato che molti di loro arrivano nel nostro Paese con sintomi da disturbo post-traumatico da stress, dovuto alle violenze e ai soprusi subiti. Riteniamo che il numero dei casi di questo tipo sia sottostimato e che questi rappresentino una potenziale minaccia non solo per la salute psichica di queste persone, ma anche per il loro processo d’integrazione e per la sicurezza di tutta la comunità. Alcuni di questi casi, infatti, rischiano di trasformarsi in veri e propri disturbi psichici”.

Proprio per limitare questo tipo di problemi, nel documento sono state inserite anche una serie di proposte operative. “Le più importanti – conclude Gelli – riguardano la creazione di un passaporto sanitario per ogni migrante che permetterà agli operatori di ricostruire rapidamente e senza sprechi di denaro il quadro di salute del soggetto; la creazione di un archivio delle criticità che non si limiti a contenere i dati relativi allo stato di salute, ma anche i risultati di test psicologici, informazioni sulla cultura e l’appartenenza etnica e il livello di inclusione sociale di ogni migrante; infine, l’avvio di un processo di sburocratizzazione per una più rapida iscrizione di queste persone al servizio sanitario nazionale”.

Twitter: @GianniRosini