Solo il 5% degli italiani è a conoscenza delle nuove regole del terzo settore, e ancora meno crede che le persone abbiano compreso fino in fondo quanto si discute e accade nel campo dell’impresa sociale e della nuova economia. È quanto emerge da una ricerca a cura di Swg condotta agli inizi di luglio su un campione di 1.000 cittadini, presentata sabato 14 in occasione della XVII edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile. L’appuntamento, promosso da Aiccon, riunisce annualmente i maggiori rappresentanti del mondo del Terzo Settore, che si sta confrontando sulle sfide che lo attendono dopo la recente riforma.

Sebbene manchi la consapevolezza di ciò che stia accadendo, ovvero una tappa storica per il comparto, gli italiani hanno un’idea ben precisa del terzo settore, o almeno di quello che hanno conosciuto finora. Il 56%, ben oltre la maggioranza, ritiene che svolga una funzione utile in Italia, e solo il 28% ne dà un giudizio negativo. Ma i dati evidenziano una duplice polarizzazione dell’idea di terzo settore nel nostro Paese. Le vecchie generazioni ritengono che sia già molto esteso, associandolo principalmente all’assistenza sociale e sanitaria. Non credono che le nuove forme di economia possano influenzare o sostituire le attuali forme dell’economia di mercato e comunque ritengono in maggioranza che il terzo settore non sia all’altezza, come capacità e professionalità, di svolgere bene i propri compiti.

Una visione ribaltata per le nuove generazioni: tra i 18-24enni è in disaccordo con questa affermazione il 41% contro il 38, mentre nella fascia 25-34 anni i valori si pareggiano al 38 per cento. Ma oltre la fiducia accordata, in generale emerge la proiezione di un terzo settore diverso, attivo invece nella valorizzazione del patrimonio culturale, nell’educazione e nella formazione, nel turismo sociale. Le fasce più giovani del campione non ritengono sbagliata la possibilità che le imprese sociali possano generare profitti, e credono più degli altri che la possibilità di ampliare le aree di intervento del terzo settore rappresenti non solo un’estensione dei servizi ma un’alternativa per il futuro dell’economia o un nuovo modo di porsi delle comunità formate dai cittadini. Cambiano i concetti stessi di lavoro, produzione e consumo, ed è infatti forte l’impulso che proviene dai più giovani rispetto agli ambiti che le nuove forme di economia dovrebbero principalmente presidiare: produzione del territorio, relazioni di comunità, capitale sociale.

Chissà se la riforma del terzo settore, avviata con la legge 106 del 2016, alla quale hanno dato attuazione, tra gli altri decreti, la disciplina di revisione dell’impresa sociale (in vigore dal 20 luglio) e il Codice del terzo settore (in vigore dal 3 agosto) riuscirà a sostenere queste aspettative. Gli effetti si vedranno a partire dal 2019, quando bisognerà adeguare gli statuti alle prescrizioni di legge, per arrivare con le carte in regola all’iscrizione nel nuovo registro unico. Ma a Bertinoro, oltre ai dati Swg, è stata presentata anche un’analisi di Istat sull’evoluzione del non profit nel periodo 2011-2015, che suggerisce ulteriori spunti di riflessione. L’istituto di statistica nazionale segnala che le realtà di questo settore che hanno cessato la loro attività negli anni censiti sono state il 20%, cioè ben 62mila, ed erano caratterizzate da una minore complessità organizzativa, dimensioni più contenute, lavoro più flessibile e meno strutturato, e una forte presenza di lavoratori esterni. Molto diverso invece l’identikit della non profit ancora in vita: nata da almeno 40 anni, opera con 20 e più volontari, gestisce entrate superiori a 30mila euro all’anno, eroga più di un servizio e si occupa di sostegno e supporto dei soggetti deboli. Si tratta quindi di realtà che hanno ben radicato una presenza nel territorio, e sviluppato una vera e propria architettura organizzativa per rispondere a precise esigenze di welfare.

Si afferma dunque il bisogno di una nuova consapevolezza da parte di chi fino a oggi ha operato con relativa improvvisazione nell’articolato alveo del terzo settore, interpretandolo in alcuni casi in funzione meramente assistenziale. Le nuove forme dell’economia si impongono nelle fasce giovani della popolazione, convinte in maniera massiccia che influenzeranno o addirittura sostituiranno l’attuale economia di mercato. E non a caso il terzo settore che riprende a funzionare è quello che abbandona la sua condizione residuale per trasformarsi piuttosto in settore “di mezzo”, creando un ponte tra interesse pubblico e privato, non contrapponendosi al dualismo tra stato e mercato. Recuperando centralità nel sistema, per recuperare centralità nel dibattito del Paese.