Bullismo e cyberbullismo sono diffusi più di quanto non se ne abbia coscienza, sulla sfida digitale la scuola rischia di andare a ‘due velocità’, con disparità tra strutture forti e altre che solo ora iniziano a muovere i primi passi, mentre resta bassa l’attrattiva dell’istruzione universitaria, soprattutto a causa dei ridotti sbocchi professionali. Più del 30% non sceglierebbe lo stesso corso, anche se la stragrande maggioranza tornerebbe a iscriversi all’università. Il 50° rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese dedica un intero capitolo ai ‘processi formativi’, sottolineando i punti deboli del sistema ed evidenziando gli aspetti su cui è necessario lavorare. Ad allarmare di più, però, è la costante crescita del fenomeno del bullismo con più della metà dei ragazzini tra gli 11 e i 17 anni che nel corso dell’anno ha subito comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti da parte dei coetanei. Le famiglie e gli stessi giovani ne sono solo in parte consapevoli, ma nella maggior parte dei casi i genitori dei ragazzi coinvolti in episodi del genere tendono a minimizzare.

BULLISMO E CYBERBULLISMO – Il 52,7% degli adolescenti nel corso dell’anno è stato vittima di bullismo. La percentuale sale al 55,6% tra le femmine e al 53,3% tra i ragazzi più giovani, di 11-13 anni. “Quasi un ragazzo su cinque (19,8%) è oggetto di questo tipo di soprusi almeno una volta al mese – spiega il Censis – eventualità più ricorrente tra i giovanissimi (22,5%)”. In rete sono le ragazze a essere oggetto in misura maggiore degli attacchi dei coetanei cybernauti (24,9%). Sono oltre 1.800 i dirigenti scolastici interpellati dal Censis: il 47,5% degli indica i luoghi di aggregazione giovanile come quelli in cui si verificano più frequentemente episodi di bullismo, poi il tragitto casa-scuola (34,6%) e le scuole (24,4%). Ma è in internet che il bullismo trova ormai terreno fertile, secondo il 76,6%. Nel corso della propria carriera il 75,8% dei dirigenti scolastici si è trovato a gestire più casi di bullismo: il 65,1% di bullismo tradizionale e il 52,8% di cyberbullismo. Per l’80,7% dei dirigenti, quando i loro figli sono coinvolti in episodi di bullismo, “i genitori tendono a minimizzare, qualificandoli come scherzi tra ragazzi, e solo l’11,8% segnala atteggiamenti collaborativi da parte delle famiglie, attraverso la richiesta di aiuto della scuola e degli insegnanti”.

LA SFIDA DIGITALE E IL RISCHIO DISPARITÀ – Il Piano nazionale scuola digitale (Pnsd) sta entrando nel suo secondo anno di operatività, ma emergono alcune criticità. Il principale rischio, segnalato dal 77,2% dei 1.221 dirigenti scolastici interpellati nell’ambito di una indagine Hewlett-Packard-Censis, è quello di un’offerta formativa inadeguata o insufficiente. Al secondo posto (70,9%), secondo i dirigenti, c’è il rischio che le tecnologie siano utilizzate nelle scuole con un approccio didattico tradizionale. Per quasi la metà dei dirigenti (47,6%) esiste un concreto pericolo “che il Piano accentuerà le disparità tra le scuole ‘forti’, con esperienze pregresse, buona dotazione tecnologica e docenti formati all’uso delle nuove tecnologie e le scuole che si affacciano ora al mondo digitale”. Tanto che il 40% dei dirigenti delle scuole del Mezzogiorno intervistato nell’indagine parla di una “scuola digitale a due velocità”.

LA CRISI DELL’UNIVERSITÀ – I ridotti sbocchi professionali sono la principale causa di insoddisfazione delle scelte universitarie. Gli atenei faticano ad attrarre nuovi iscritti, un fenomeno ormai di lungo periodo. Il cambio di segno delle immatricolazioni nell’anno accademico 2014-2015 (+1,1% sull’anno precedente), secondo il Censis, fa sperare in una inversione di tendenza. A quattro anni dal conseguimento del titolo, il 68,4% dei laureati indica l’interesse disciplinare quale motivo principale per la scelta del percorso universitario. La seconda ragione è legata invece alla convinzione che l’immatricolazione al corso di laurea intrapreso garantisse buone prospettive lavorative (16,3%). Tuttavia, il 32,4% oggi non si riscriverebbe allo stesso corso: tra questi il 20% disconosce la scelta fatta a causa della maturazione di nuovi interessi, ma quasi il 60% è insoddisfatto proprio per gli sbocchi professionali. La scelta universitaria, anche se causa di qualche rimpianto, resta pur sempre un’esperienza positiva per i più. L’86,1% di chi non si iscriverebbe di nuovo al corso di studi prescelto dichiara, nonostante tutto, di volersi riscrivere.

TRA I BANCHI LA PROVA DELL’INTEGRAZIONE – A gennaio 2016 i minori stranieri residenti nel nostro Paese erano 1.065.811: 748.000 sono nati in Italia e 317.000 sono nati all’estero. Gli alunni stranieri che frequentano le scuole secondarie di primo e secondo grado sono 351.138. Un primo campanello d’allarme viene dai risultati scolastici: quasi 98mila studenti stranieri del ciclo secondario hanno ripetuto uno o più anni. Accanto a un disagio sociale serpeggiante c’è però una visione positiva del futuro, che si esprime nella volontà di proseguire gli studi e di scegliere indirizzi più qualificati. “Nell’ultimo anno – rileva il rapporto – il 25,6% degli studenti stranieri si è iscritto a un liceo e il 38,6% ha scelto un istituto tecnico”. Aumentano anche gli iscritti all’università: negli ultimi dieci anni, mentre gli universitari italiani diminuivano complessivamente dell’11,2%, gli iscritti stranieri ai nostri atenei sono aumentati dell’83,7% e nel 2015 sono 70.339. “La scuola – sottolinea il Censis – rappresenta uno degli ambiti su cui concentrare i maggiori sforzi per una buona integrazione”.

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