Una vita più breve per colpa del Dna. Scienziati scozzesi hanno scoperto due varianti genetiche relativamente comuni, che accorciano l’aspettativa di vita e che incidono da uno a tre anni in anticipo. Lo studio, pubblicato su Nature Communications e finanziato dal Medical Research Council britannico, porta la firma di un team dello Usher Institute of Population Health Sciences and Informatics dell’università di Edimburgo, che ha analizzato i dati di oltre 152mila persone reclutate nell’Uk Biobank Study, un programma di monitoraggio a lungo termine delle condizioni di salute di migliaia di volontari.

Le due mutazioni individuate risiedono in due distinte regioni del genoma e cambiano il destino di chi le ha, agendo in modo differente: una è più diffusa negli uomini, e aumenta il rischio di cancro al polmone e gravi malattie respiratorie nei fumatori; l’altra, associata alla probabilità di Alzheimer e colesterolo alto, è più comune nelle donne.

E nella misteriosa lotteria che ci giochiamo da embrioni, ereditando punti forti o deboli dai nostri genitori, i meno fortunati non sarebbero affatto pochi: oltre due persone su tre ricevono una delle due varianti in singola copia da mamma o papà, mentre circa tre su mille ereditano in doppia copia entrambe le mutazioni. Nel primo scenario si perde fino a un anno di vita, nel secondo gli anni rubati sono in media tre.

“Anche se l’effetto di queste varianti genetiche sulla durata della vita è sorprendentemente grande – osserva Peter Joshi, uno degli studiosi del gruppo di ricerca – è importante ricordare che nel determinare la longevità di una persona il profilo genetico rappresenta solo una parte della storia. L’impatto maggiore ce l’hanno gli stili di vita, un elemento che dipende da noi e che quindi possiamo controllare”.  “Queste scoperte sono la punta di un iceberg”, precisa James Wilson, un altro autore. “Poiché più dati saranno disponibili entro la fine dell’anno, ci aspettiamo di scoprire molte altre cose, alcune delle quali potrebbero avere un impatto benefico sulla nostra salute. È entusiasmante”.

L’articolo su Nature

 

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