Da una parte il giro di vite contenuto nella proposta di legge sulla trasparenza e la democrazia interna dei partiti. Presentata a Montecitorio dal Pd a prima firma del vice segretario Lorenzo Guerini. Dall’altra i deputati del Movimento 5 Stelle pronti a dare battaglia su un provvedimento che considerano cucito su misura contro di loro. Eppure, non sono solo i grillini a sollevare dubbi sul testo messo nero su bianco dal vice di Matteo Renzi al Nazareno. Tanto nelle file di Sinistra italiana, che con Alfredo D’Attorre sta per presentare una sua proposta di legge alternativa sul tema. Quanto tra quelle della maggioranza di governo, dove addirittura il presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, Andrea Mazziotti (Scelta civica) si appresta a fare altrettanto.

C’E’ CHI DICE NO –  Il nodo più discusso ruota intorno alla norma che – come si legge nella relazione introduttiva della proposta di legge Guerini – impone “la necessaria acquisizione della personalità giuridica per i partiti che intendano prendere parte alle elezioni politiche nazionali e candidarsi alla guida del Paese”. E, per conseguirla, dovranno dotarsi “di un atto costitutivo e di uno statuto redatti nella forma dell’atto pubblico”. Un impianto che se approvato – tanto per dare un’idea degli effetti – decreterebbe la fine della “non associazione” fondata sul “non statuto” del M5S. Almeno nella forma attuale. La delicata partita si sta giocando in commissione Affari costituzionali della Camera dove i testi depositati sono finora cinque: quattro del Pd, tra i quali quello del vice segretario del partito, e uno di Area popolare. Un elenco a cui se ne stanno per aggiungere, come detto, altri due. A cominciare da quello dei deputati di Sinistra italiana intorno al quale si potrebbe trovare una mediazione tra le due opposte visioni in campo: il giro di vite proposto dal Pd e la totale deregolamentazione auspicata dal M5S. “Il testo è in corso di preparazione e poggia essenzialmente su un duplice regime”, spiega a ilfattoquotidiano.it Alfredo D’Attorre. “Il primo, applicabile ai movimenti che intendano presentarsi esclusivamente alle elezioni (come il Movimento 5 Stelle, ndr): in questo caso la regolamentazione interna sarà meno stringente – spiega l’ex deputato del Pd –. Il secondo, più rigoroso, che al contrario impone di acquisire la personalità giuridica e norme più vincolanti ai partiti che intendano accedere a qualsiasi forma di finanziamento pubblico”. Ma non è tutto. Perché la pdl di Sinistra italiana punta ad introdurre anche un importante principio di incompatibilità. “Quella tra cariche di governo e cariche di partito – aggiunge D’Attorre –. In pratica il presidente del Consiglio non può essere contemporaneamente segretario nazionale del partito e, analogamente, il governatore di una Regione (come Michele Emiliano in Puglia) non può essere anche il segretario regionale del suo stesso partito”. Se fosse già in vigore, il premier Matteo Renzi non potrebbe essere anche segretario in carica del Partito democratico. Ma dovrebbe scegliere tra una poltrona o l’altra. Un limite che il parlamentare di Sinistra italiana spiega così: “Qualora le due cariche coincidessero verrebbero meno le ragioni che giustificano l’erogazione del finanziamento pubblico perché il partito finirebbe per dipendere dalle istituzioni – il governo nazionale o regionale a seconda dei casi – e non potrebbe svolgere autonomamente le sue funzioni. Insomma, si trasformerebbe da organo dei cittadini ad organo delle istituzioni”.

ALTO RISCHIO – Intanto, in commissione Affari costituzionali sono iniziate le audizioni degli esperti (finora è stato sentito il costituzionalista Massimo Luciani). L’obiettivo è licenziare il provvedimento per l’Aula entro marzo. Ma difficilmente, visto il calendario e gli altri temi all’ordine del giorno, si riuscirà a rispettare la scadenza. Di certo avrà un bel da fare il relatore Matteo Richetti, per ricomporre lo strappo tra i dem e il M5S ed arrivare a mettere insieme un testo base su cui incardinare il confronto: “La priorità è tutelare i cittadini, assicurando che qualsiasi forza politica abbiano scelto, sia una forza democratica e trasparente – assicura –. L’obiettivo è quello di costruire un percorso per arrivare non ad una legge che dice chi può correre alle elezioni e chi no, ma piuttosto ad una legge che assicuri che tutti corrono in modo trasparente”. Un traguardo che implicherebbe, a ben vedere, una revisione dell’impianto della pdl Guerini, sul quale anche il presidente della stessa commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti di Scelta civica, non nasconde alcune riserve. “Sono dell’opinione che occorra una regolamentazione severa e penetrante sul fronte della trasparenza dei partiti per quanto concerne l’accesso ai finanziamenti sia pubblici che privati e che altrettanto chiari debbano essere i processi di decisione interni – spiega –. Allo stesso tempo, però, occorre ridurre al massimo le possibili interferenze nella vita dei partiti imponendo regole di organizzazione interna”. Perché, secondo Mazziotti, fissare dei criteri in base ai quali si è o meno ammessi alle elezioni può diventare pericoloso. “Una regolamentazione troppo rigida che porti addirittura all’esclusione di un partito dalle elezioni – conclude il presidente della commissione Affari costituzionali – oltre a non vedermi d’accordo, rischia di stringere troppo i cordoni della partecipazione elettorale, impedendo, ad esempio, la possibilità per i cittadini di presentare liste civiche, il che sarebbe a rischio di incostituzionalità. Del resto, il professor Luciani, primo degli auditi, ha confermato che una norma del genere sarebbe probabilmente illegittima. Scelta Civica sta completando la redazione di una sua proposta, che presenterò nei prossimi giorni”.

Twitter: @Antonio_Pitoni

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