C’è da ricostruire le ultime ore per capire chi e perché ha sequestrato, torturato e ucciso il 28enne friulano Giulio Regeni. Scoprire i contatti che ha avuto, dove si è recato, cosa aveva in mente di fare prima di svanire nel nulla la notte del 25 gennaio ed essere ritrovato cadavere mercoledì scorso sul ciglio di una strada che dal Cairo porta ad Alessandria.

Non ci sono dubbi sul fatto che la sua morte sia legata al suo lavoro. E non è azzardato parlare di “delitto politico“. A dirlo sono le condizioni in cui era il corpo quando è arrivato nella morgue dell’Umberto I, l’ospedale italiano al Cairo. “Indicibili”, come raccontano alcune fonti investigative a La Repubblica. Bruciature di sigarette, un orecchio mutilato, tagli ed ecchimosi ovunque, un colpo alla testa. Torture, insomma. Che probabilmente hanno provocato la morte, arrivata non molto tempo dopo la sparizione. Difficilmente, però, un terrorista o un rapinatore uccidono così. I primi sospetti dunque ricadono su chi di solito usa quei metodi per estorcere informazioni.

Apparati investigativi, forze dell’ordine, servizi segreti. Perché? Forse perché Regeni aveva contatti con il mondo dell’opposizione egiziana. E stava organizzando una serie di interviste ad alcuni attivisti sindacali, racconta la Stampa. Era un ricercatore e uno studioso della Primavera araba, di Medio Oriente, dottorando a Cambridge, ed esperto dei movimenti operai e sindacali. Oltre che un collaboratore de il Manifesto, per il quale aveva scritto un articolo a doppia firma a dicembre. Nei giorni scorsi ne aveva inviato un altro dal titolo “In Egitto, la seconda vita dei sindacati indipendenti”, pubblicato oggi (venerdì 5 febbraio) in prima pagina nonostante la diffida della famiglia per non mettere a rischio l’altro autore. Un articolo che avrebbe voluto firmare sotto pseudonimo. Perché sapeva di avere gli occhi puntati addosso.

Aveva paura. E’ lui stesso a confidarlo alla redazione del quotidiano e ad alcuni amici. Palazzo Chigi e il Quirinale hanno immediatamente chiesto chiarezza. Il presidente Abdel Fattah Al Sisi ha assicurato che verrà fatto di tutto per scoprire cosa sia successo. Le prime dichiarazioni della polizia egiziana che ha parlato di “incidente stradale” sono preoccupanti. Ma al Cairo è già arrivata una squadra investigativa interforze italiana che parteciperà alle indagini.

Ma per cercare di capire bisogna tornare al 25 gennaio, poche ore prima di sparire e di essere ucciso. E’ il quinto anniversario della rivolta di piazza Tahrir. Giulio – ricostruisce ancora il quotidiano torinese – ha un appuntamento con alcuni amici. Festeggiano un compleanno in un ristorante vicino alla fermata della metro Mohamed Naguib, dove non arriverà mai. Cercano di contattarlo al cellulare. Inutilmente.

Le sue tracce si perdono tra Dokki, il quartiere medio in cui abitava con tre coinquilini, e Tahrir. Che quel giorno era militarizzata per stroncare sul nascere qualsiasi manifestazione. Di sicuro Giulio passa da Giza dove è stata organizzata una protesta. Fonti locali dicono che uno straniero viene fermato dalla polizia per strada, nei pressi di Giza. L’indiscrezione rimbalza in quelle sui social network egiziani. Probabilmente quello straniero è Giulio. Che – prosegue la ricostruzione della Stampa basata su testimonianze locali – viene portato in un commissariato e interrogato.

La salma arriverà sabato alle 13 a Fiumicino, per poi essere trasferita nell’istituto di medicina legale La Sapienza dove sarà eseguita l’autopsia, disposta dalla procura di Roma che indaga per omicidio volontario. A disporre l’accertamento autoptico è stato il pm Sergio Colaiocco, titolare del procedimento aperto per omicidio volontario. Il magistrato ha avviato una rogatoria internazionale al fine di ottenere la trasmissione degli atti da parte dell’autorità egiziana. Anche se non esistono trattati di assistenza giudiziaria tra Italia ed il paese nordafricano, l’invio di atti da parte della magistratura egiziana e quella italiana dovrebbe avvenire sotto forma di cortesia internazionale.

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