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Alcune notizie apparse sui giornali di agosto inducono perplessità. Operai occupati che si rifiutano di fare straordinari il giorno di Ferragosto; giovani disoccupati che accetterebbero un lavoro a patto che abbia inizio a settembre, perché “prima vogliono farsi le vacanze”.

Avevano ragione allora tutti coloro, Fornero in primis, che hanno accusato i giovani italiani di essere fannulloni, viziati, abituati a lavorare se e quando e come fa comodo a loro?

No, non credo che sia così semplice. Nel caso degli operai occupati, la motivazione del rifiuto è stata rigorosamente e solidalmente sindacale: con gli straordinari si aumenta la produzione ma non si crea nuova occupazione. Se davvero la ripresa è cominciata e la domanda è in crescita, fate – voi padroni – nuove assunzioni. Posizione che a molti potrà non piacere, ma che ha un senso incontrovertibile.

Ma i ragazzi disoccupati che rifiutano di lavorare d’estate?

Se c’è una cosa che la crisi ha trasformato, è certamente – e in primissimo luogo – il lavoro. E’ stata predicata e imposta la trasformazione del lavoro. Ricordiamo tutti le dotte disquisizioni sulla necessità della flessibilità, sull’opportunità di cambiare spesso lavoro, addirittura sulla ricchezza di opportunità e sul fascino che il cambiamento occupazionale come sistema di vita offriva. Ci sono voluti alcuni anni e molto dolore perché fosse chiaro che non di flessibilità si trattava, ma di pura e semplice precarietà occupazionale di lavoratori sempre meno tutelati dalla legge nei loro diritti. Oggi, con una sorta di macabro umorismo, tutto questo è sancito per legge con il nome di “contratti a tempo indeterminato”.

Di fronte a questa situazione, è moralistico, se non addirittura stupido, pensare che l’unica cosa che non sia cambiata sia, soprattutto per i giovani, la concezione del lavoro, il modo di concepirlo e valorizzarlo. A fronte della precarietà strutturale, si pretenderebbe che i giovani amassero ancora il loro lavoro e si identificassero con esso come ai tempi in cui studio e lavoro erano duri ma efficienti ascensori sociali. E, comunque, essere un lavoratore significava avere, oltre il salario e una relativa sicurezza esistenziale, dignità, rispetto, considerazione, una rete di relazioni solidali, un posto nella società. La possibilità di pensare a costruirsi un futuro.

Oggi, ci si può identificare con un lavoro che puoi perdere tra sei mesi? Ci si può appassionare ad un’attività che tra un anno non sarà più tua? Ci si può impegnare a fare meglio un compito che può esserti tolto da un momento all’altro? O, paradossalmente, non è più saggio dirsi: “intanto posso andare in vacanza e ci vado e me la godo; poi…si vedrà”. Forse non è più saggio, ma sicuramente è una scelta migliore dal punto di vista dell’igiene mentale. Non fa bene a nessuno investire sistematicamente su scelte irrealizzabili e andare incontro, altrettanto sistematicamente, a cocenti delusioni.

Non voglio sostenere che questa sia attualmente la condizione di tutti i giovani – maschi e femmine – oggi in Italia. Ma dobbiamo riconoscere che non è possibile contare gli ottimisti, i fiduciosi, gli intraprendenti, anche perché chi intraprende oggi, ha non poche probabilità di ritrovarsi deluso domani. Le ricerche sociali dimostrano quanto sia grande, per un giovane esordiente nel mercato del lavoro, il peso del supporto familiare e delle relazioni sociali per fare una buona riuscita (oggi si dice: avere successo) nella società della precarietà. Ma qual è la percentuale di giovani italiani le cui famiglie hanno soldi, conoscenze, legami politici e sociali con chi conta e le informazioni utili per fare le scelte giuste? Tutti gli altri -sto parlando sempre per paradossi – forse fanno meglio agodersi le vacanze, finché possono.

E i neoliberisti, come tanti scriteriati apprendisti stregoni con l’intento di migliorare la società mettendo in moto meccanismi che la peggiorano tragicamente, farebbero meglio a prendersela con se stessi.

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