Il rapporto tra Chiesa e Teatro non è stato, storicamente, mai così idilliaco. Gli attori venivano, fino a pochi secoli fa, sepolti in terra sconsacrata, alla stessa (s)tregua dei suicidi. Ed il Teatro è sempre stato portatore di valori di messa in discussione, di dubbio, di domande, il contrario dell’obbedienza, dell’accettazione serva e muta, del chinare il capo di fronte agli assiomi che cadevano dall’alto, dal cielo, dalle nuvole, dalle Sacre Scritture e che avevano bisogno soltanto della Fede per cercare una spiegazione plausibile. Se il Teatro è il punto interrogativo, trattare di “sacro” su un palco diventa scivoloso. Ci vengono in mente i picchetti da parte di ultra cattolici nel tentativo di bloccare le repliche dell’opera di Romeo Castellucci “Sul concetto di volto del Figlio di Dio”.

Cadere nella macchietta è facile. A Lucca però, terra bianca e borghese in una regione rossa, da sei anni, quattro edizioni biennali, il compito che si è prefissa la C.E.I., che finanzia l’iniziativa, è quello di far emergere i valori ecumenici attraverso i “Teatri del Sacro”: scommessa, azzardo, intuizione, provocazione, sfida, tentativo di analisi dell’oggi.

In media arrivano alla direzione, fresca e aperta, di Fabrizio Fiaschini e alla giuria selezionatrice 250 domande, dalle quali vengono scelti, su progetto, un centinaio di piece che si mostrano in una breve performance di venti minuti. Un’ulteriore scrematura porta ai venti vincitori (forse troppi per far emergere il “marchio” della kermesse, i quali ottengono finanziamenti da 6.000 a 14.000 euro) e che si esibiscono per un paio di repliche nella settimana di giugno (quest’anno dall’8 al 14) dedicata alla messa in scena pubblica della rassegna.

Abbiamo scelto, per motivi diversi, due differenti sguardi sul tema. L’incrocio di anni (e se ne sente il riverbero, il respiro, la stima, la stessa direzione corsa) di conoscenza e vicinanza, umana e artistica, tra il regista Roberto Aldorasi (ex Odin Teatret) e il drammaturgo Francesco Niccolini (autore che si inserisce a pieno titolo nella lista composta dai vari Chiti, Tarantino, Massini, Santeramo) si avverte tangibile nel “Corrispondenze”, storia di un incrocio mentale fatto di lettere, a distanza, parole scritte di missive lette con migliaia di chilometri, reali e interiori, a dividere e ad avvicinare. La lontananza tra una sorella che viaggia per il mondo, per scelta, ricerca, lavoro, insoddisfazione, e l’altra, suora di clausura, stretta nei suoi pochi metri quadri e al tempo stesso che possiede l’infinito della preghiera, vengono annullate attraverso movimenti e passi e coreografie di danze e frasi, parole mentre piroettano, sillabe mentre ginocchia e colonne vertebrali si tendono dove è il gesto che accompagna, dove la lingua rafforza lo spazio mosso dallo spostamento d’aria prodotto.

Le due giovani attrici francesi, Claire-Lise Daucher e Anne Palomeres, con la loro calata straniera rendono ancora maggiormente il silenzio, le pause, la ricerca della postura linguistica migliore, cosa che dà struttura, pesantezza, fisicità ai concetti, riempiendoli di carne e materia, dove la carne e la materia non ci sono. Due sorelle alle quali se ne aggiunge una terza deceduta anni prima (“Tre sorelle” cechoviane, ma anche le tre caravelle di Colombo alla scoperta dell’ignoto: la defunta si chiama Nina, la seconda vive in Portogallo, la Pinta?, la terza è monaca, la Santa Maria?). Dolce, raffinato, una delle migliori prove di Niccolini (a Lucca unico autore con due testi) che miscela la poesia quotidiana dei piccoli gesti per farli esplodere sulla pelle: “Il ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto?”. Un testo che avrà lunga vita.

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Altra riflessione alta e profonda, il “Caino Royale”, sul versante brillante fin dal titolo parodia di uno 007 ancora con licenza di uccidere. Caino e Abele nell’iconografia classicizzante del fratello uccisore che minaccia con una lancia il fratello debole. Ma chi è, in fondo, il forte e chi il debole? Un Caino (nessuno lo tocchi, comunque) che non vuol diventare capro espiatorio di un mondo violento e aggressivo, un Abele che, al contrario, vuol farsi vittima per attirare simpatie eterne. Ma Caino, che all’inizio pare il fratello scemo e stordito, invece dà una grande lezione di fratellanza spiegando ad Abele che non serve a tutti i costi lo scontro ma basterebbe parlarsi, restare umani.

Questo il plot che viaggia sottopelle di un testo sensazionale (la regia curata è di Rita Pelusio, quella della caricatura delle Winx a Colorado), come i due interpreti, Andrea Bochicchio e Giovanni Longhin da tenere sotto stretta osservazione, che ben si muovono nelle pieghe serie e impegnate in un’altalena di rimandi mistici e biblici, con una forza attoriale che fa ridere a crepapelle e sognare e piangere e mugugnare e chiedersi e interrogarsi con due binari ben precisi che si incastrano e scivolano uno dentro l’altro, tra incursioni (ronde leghiste, celerini, migranti,  bulli, becchini calabresi) e il tema originario. Una grande lezione teatrale; quando far ridere è collegato all’impegno, politico, civile, sentito.

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