La periferia di Bologna come una polveriera, incubatrice di possibili conflitti e disagio sociale. È la conclusione di uno studio realizzato e diffuso dalla Fondazione “Leone Moressa”, che alla luce degli ultimi episodi di Tor Sapienza ha deciso di accendere i riflettori sulle grandi città, per capire quali siano i livelli di esclusione e marginalizzazione degli stranieri, e il conseguente “rischio banlieue”. Ne esce una cartina dell’Italia rovesciata, con i vertici della classifica occupati dai capoluoghi del nord: la maglia nera va a Bologna, la città più pericolosa, dove a un aumento delle diseguaglianze si aggiunge la riduzione della spesa pubblica per l’integrazione, seguita poi da Milano e Genova. Gli ultimi posti spettano invece a Bari e Reggio Calabria.

Da anni specializzata sui temi legati all’economia dell’immigrazione, la Fondazione ha incrociato tre fattori di rischio, mettendo in relazione la condizione socio economica della popolazione straniera, con i tassi di criminalità e la presenza di investimenti pubblici. In particolare, sono stati presi in considerazione i dati relativi alla concentrazione di immigrati nelle periferie, il tasso di disoccupazione, le differenze di reddito tra italiani e stranieri. Ma anche il livello di criminalità tra gli stranieri e la percentuale di detenuti non italiani, insieme alla variazione della spesa comunale per migranti e nomadi, e l’incidenza in questa sul totale dei finanziamenti dedicati all’assistenza. Il risultato di questa combinazione è un “indicatore di precarietà sociale, utile a definire una classifica delle città più a rischio”, ossia quei contesti dove si è generato “terreno fertile per situazioni di disagio e conflitto”.

Nonostante nelle ultime settimane l’attenzione si sia concentrata soprattutto su Roma, il record, secondo lo studio, va al capoluogo emiliano, che ha un indicatore di precarietà sociale pari a 127. Ed è quindi la città con la periferia più a rischio banlieue tra quelle prese in esame. Il motivo: a Bologna, dove la popolazione straniera residente rappresenta il 14.7% del totale (oltre 56 mila persone), incide soprattutto la variabile legata al reddito medio, che per gli immigrati, nel 2013, è stato più basso di 11 mila euro. E se Bologna non spicca per tasso di criminalità, è vero anche che dal 2003 al 2011 la spesa per l’integrazione, pari a 5,2 milioni di euro, è calata dello 0,6%. Insomma, “il rischio di precarietà della periferia è molto alto a causa del forte differenziale di reddito e della diminuzione dell’incidenza della spesa per l’immigrazione”.

Al secondo gradino si posiziona Milano, con un indicatore fermo a 122. Qui il 95% degli stranieri abita nelle periferie. E anche il tasso di detenuti non italiani è molto alto: sono almeno 6 su 10. Come per Bologna, il valore che pesa maggiormente è però il differenziale di reddito tra italiani e stranieri (11.300 euro). Subito dopo s’incontra Genova (indicatore 119), con valori poco distanti dalle prime due, seguita da Roma (indicatore 118). Nella media nazionale rientrano invece Venezia, Firenze e Torino, dove la variazione di reddito non è molto alta.

Le tre città con il rischio più basso appartengono però all’Italia meridionale. Bari, per esempio, pur avendo un alto tasso di criminalità, ha la più alta spesa pro-capite per l’immigrazione (521 euro) e il più basso differenziale di reddito (5.755 euro). Napoli spicca invece per una scarsa percentuale di detenuti stranieri: sono 9 su 100. Ultima in graduatoria Reggio Calabria, dove dal 2003 a oggi sono saliti i finanziamenti per l’immigrazione, Questi rappresentano il 10% dell’intera spesa per l’assistenza sociale.

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