Ci sono storie che si ha il destino di vedersi dipanare lungo il corso di una vita. Penso al film di Sergio Leone C’era una volta in America, il protagonista, Noodles, non più giovane ritrova Max, quello che per lui era il compagno della sua gioventù, che gli chiede di ucciderlo. Noodless dice: “…il suo caso non lo avremmo mai accettato”, e allora Max, chiede: “Cos’è, il tuo modo di vendicarti?”. “No, è solo il mio modo di vedere le cose”.

Penso a Franchino, come lo si chiama tra amici, come un uomo con il suo modo di vedere le cose. Un uomo che non si è arreso alla “cucina, al letto, al televisore”. Che non si è chiuso nel “privato”, che pure è parte fondamentale della sua vita, mosso da un fuoco, da un’irrequietezza, insieme di vita e di esperienza civile. Un uomo diviso tra una lacerante sete di vita, un fuoco di gioventù inestinto e un senso di responsabilità antico, un senso del dovere, del lavoro, che viene da una famiglia che ha sempre affrontato la vita a denti stretti. Un’anima sovramisura che deve dividersi e trovare la forma in un mondo fatto di cose piccole e piene di spigoli. Personalmente è una delle persone più generose, con più alto senso del bene comune, che mi è capitato di incontrare.

Per una sorta di nemesi, proprio a lui il destino ha riservato una delle prove più dure. Un incidente che ha provocato la morte di un ragazzo di 25 anni, mentre rientrava a casa dal locale a cui ha dedicato la vita: il Fuori Orario. Molti anni prima che i fari della sua multipla illuminassero il corpo che gli stava finendo addosso, questa storia comincia come una prova di riscatto alla piattezza che la vita di un paese di provincia presenta a chi mette su famiglia. Un tentativo di resistenza all’omologazione.

Aprire un locale come il Fuori Orario all’inizio degli anni 90 è stato come formare una rock’n’roll band. C’è qualcosa di vitale e di eversivo nel mettere insieme un luogo di aggregazione. Si studia lo stile da avere, si cerca un vagone di ferrovia per costruirci intorno una immaginaria stazione. Si mette questo locale a tiro della ferrovia vera. Si sceglie chi suona il basso e chi la batteria. Chi sta al banco, chi alle luci, chi fa la programmazione. L’Emilia è sempre stata una regione, una pianura dove i sogni attecchiscono selvaggi. Tondelli lo racconta magistralmente nel suo straordinario Altri libertini. Franchino viene da quella generazione (…) Questo fuoco di vita, invece che sperperarlo in giro fino alla rassegnazione, lo ha concentrato in un luogo. Uno stretto budello in via Repubblica a Parma. Con altri tre fuoriclasse rilevano per una stagione sola un circolo arei e lo ribattezzano Escandalo, come un locale che hanno amato a Barcellona. Non ci guadagnano nulla, ma per un anno organizzano mostre, piccoli spettacoli, concerti, ingaggiano il cantante-pianista più triste della città (io), e soprattutto sono, per quella stagione, il vivo ricovero della sete loro e di chi ci finisce dentro. È il nostro Nighthawk at the diner, come il quadro di Hopper.

Nel giro di poco si diventa grandi, ci si sposa e ritira. Ma non ci si rassegna. Qualche anno dopo la sua irrequietezza fattiva contagia questi ragazzi, già probabilmente al riparo dagli spropositi della gioventù. Li mette insieme per fare di un capannone prossimo alla ferrovia, un luogo di musica, un locale, ma anche e soprattutto un luogo di attività civile. Porta avanti per quasi vent’anni questa impresa, dividendosi tra il lavoro d’ufficio che lo fa essere in pista ogni mattina alle otto e l’attività del circolo. Non tutti tirano dalla stessa parte, ma la storia di questo posto è la storia emblematica di come si va trasformando la vita culturale, politica, il senso dei locali di aggregazione, della musica dal vivo, in una regione come l’Emilia che è passata in questi 20 anni dalle feste dell’Unità, dal culto dei partigiani ai casolari, alle corti abbattute per fare posto ai centri commerciali.

Di Vinicio Capossela

Prefazione al libro Vent’anni Fuori Orario di Franco Bassi (Wingsbert House)
Da Il Fatto Quotidiano di sabato 7 giugno 2014

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