Negli ultimi mesi, all’interno di Fed e Bce sono emerse voci contrarie al mantenimento di politiche monetarie accomodanti. È necessario evitare che si generino effetti distorsivi sull’economia reale, ma oggi la priorità è l’occupazione e non l’inflazione. Come mostra l’analisi del Misery Index.
di  e , 26 Settembre 2013, lavoce.info

Banche centrali e disagio sociale

Dopo anni di crisi e turbolenze economiche le economie dei paesi occidentali, grazie anche al contributo di politiche monetarie espansive, stanno lentamente iniziando a registrare tassi di crescita positivi o, perlomeno, segnali di un’inversione di tendenza. Così negli ultimi tempi, all’interno dei consigli direttivi della Federal Reserve e della Banca centrale europea si è creata una spaccatura tra chi ritiene che sia giunta l’ora di procedere a una forte stretta agli aiuti per porre fine al cosiddetto “denaro facile” e chi, invece, ritenendo ancora troppo debole l’economia reale, vorrebbe proseguire con politiche accomodanti.
La scelta tra le due opzioni deve confrontarsi con misure attendibili delle conseguenze delle politiche. Il Misery Index, ideato dall’economista americano Arthur Okun e utilizzato come misura del disagio sociale, è dato dalla semplice somma dei tassi di inflazione e disoccupazione.

La letteratura scientifica, però, utilizzando dati Eurobarometro sul benessere dei cittadini europei  ha dimostrato che il costo della disoccupazione in termini di soddisfazione di vita è molto superiore a quello dell’inflazione. (1) Il Misery Index tradizionale, quindi, assegnando pesi identici ai due mali, tende a sottostimare i costi economici, psicologici e sociali – diretti e indiretti – della disoccupazione.

Per correggere la distorsione il Misery Index Confcommercio (Mic) assegna pesi diversi alle due componenti, disoccupazione e inflazione, rispettivamente 1,2647 e 0,7353. Il Mic, inoltre, è calcolato in modo da leggere con maggiore precisione la dinamica del disagio sociale utilizzando, al posto della disoccupazione e dell’inflazione, rispettivamente la disoccupazione estesa e la variazione dei prezzi dei beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto.

La disoccupazione estesa comprende anche i cassaintegrati e gli scoraggiati, mentre le dinamiche di prezzo dei beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto dovrebbero influenzare in modo più diretto la percezione dell’inflazione da parte delle famiglie, correlandosi direttamente con le preoccupazioni (disagio) in merito al proprio potere d’acquisto. (2)

Figura 1: Misery Index Confcommercio (Mic), scomposto per contributo delle due componenti
(Fonte: Elaborazioni ufficio studi Confcommercio-Imprese per l’Italia su dati Istat e Inps. I dati degli ultimi tre mesi sono frutto di stime.)

La figura 1 mostra l’andamento del disagio sociale in Italia da gennaio 2007 a giugno 2013 scomposto nei contributi dati dalle due componenti (in rosso l’inflazione dei beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto e in blu la disoccupazione estesa). Dal grafico emerge che negli ultimi cinque anni il disagio sociale è cresciuto enormemente.
Inoltre, il peso relativo dell’inflazione ad alta frequenza d’acquisto rispetto alla disoccupazione estesa è trascurabile – essendo il disagio quasi completamente determinato dalla seconda – e, comunque, è diminuito.

Figura 2: Quota del Mic imputabile alla disoccupazione estesa

(Fonte: Elaborazioni ufficio studi Confcommercio-Imprese per l’Italia su dati Istat e Inps. I dati degli ultimi tre mesi sono frutto di stime.)

Quest’ultimo punto risulta ancor più evidente guardando la figura 2 che riporta la quota di disagio sociale imputabile alla disoccupazione estesa, mai scesa sotto il 70 per cento e oggi prossima al 95 per cento.

Analizzando il Misery Index semplice (con inflazione e disoccupazione standard e pesi identici, figura 3) nei principali paesi dell’Europa occidentale, l’Italia si colloca al quarto posto dopo Portogallo, Grecia e Spagna, subito prima dell’Irlanda. Anche a livello europeo esistono marcati squilibri territoriali, ma ciò che più colpisce è il ruolo preponderante della disoccupazione in tutti i paesi, soprattutto quelli che hanno accusato maggiormente il colpo della crisi economica degli ultimi cinque anni.

Figura 3:Misery Index (semplice) in Europa, 1° trimestre 2013
(Fonte: Elaborazioni ufficio studi Confcommercio-Imprese per l’Italia su dati Eurostat.) 

Adattare le politiche monetarie alle esigenze attuali

La situazione macroeconomica in cui versa l’Italia (e l’Europa in generale) è molto diversa oggi rispetto agli anni Ottanta, quando la disoccupazione era più bassa e l’inflazione più sostenuta. Alla luce dell’evidenza mostrata, dunque, appare necessario calibrare gli obiettivi di politica monetaria in modo da incidere efficacemente sui fattori che di volta in volta creano maggiore disagio sociale.

Da questo punto di vista, l’approccio adottato dalla Fed appare migliore, dal momento che il Federal Reserve Act attribuisce la stessa importanza al contenimento dell’inflazione e alla lotta alla disoccupazione, con una evidente strategia monetaria finalizzata alla crescita della produzione in base al potenziale di lungo periodo. Lo statuto della Banca centrale europea, invece, afferma che l’obiettivo primario è la stabilità dei prezzi: gli altri obiettivi hanno natura subordinata e condizionale e possono essere perseguiti solo se non pregiudicano il primo.

In questo momento, tanto in America quanto in Europa, la priorità deve essere la creazione di condizioni favorevoli alla crescita del prodotto potenziale, con la conseguenza di creare posti di lavoro; il contenimento di una già bassa inflazione deve diventare un obiettivo subordinato e condizionale. Anche il Fondo monetario internazionale invita alla prudenza, non avendo la ripresa ancora raggiunto un vigore sufficiente a giustificare un rallentamento delle politiche monetarie espansive.
Il tutto, ovviamente, compatibilmente con l’esigenza di non destabilizzare il sistema con politiche che finiscano per drogare artificialmente i mercati finanziari, generando rischi di ulteriori bolle. 

(1) Di Tella R., MacCulloch R., Oswald A. (2001), “Preferences over Inflation and Unemployment: Evidence from Surveys of Happiness”, American Economic Review, Vol. 91, pp. 335-341.
(2) Becchetti L., Castriota S., Giuntella O. (2010), “The Effects of Age and Job Protection on the Welfare Costs of Inflation and Unemployment”, European Journal of Political Economy, Vol. 26, pp. 137-146.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Missioni politiche e provincialismo italico

next
Articolo Successivo

Berlusconismo e neoliberismo, due malepiante da estirpare

next