Lisbona come Atene. Non è certo un déjà vu, eppure il Fondo monetario internazionale ammette di aver sbagliato, ancora una volta. Lo scorso giugno gli errori, contenuti in un documento “confidenziale”, reso pubblico dal Wall Street Journal, riguardavano il salvataggio della Grecia: l’Fmi confessava di aver sottostimato i danni all’economia greca, causati dall’austerity imposta nel piano di aiuti.

Oggi a far infuriare i portoghesi c’è un rapporto interno del Fondo monetario internazionale – pubblicato il 17 settembre – nel quale si legge, nero su bianco, non solo che l’austerity deve avere un “limite di velocità”, ma anche che alcune delle politiche imposte hanno presentato rischi di “autodistruzione” per l’economia locale.

Un mea culpa dei signori della rigidità fiscale, arrivati in Portogallo per esaminare lo stato di attuazione del programma di riforme concordate in cambio dei 78 miliardi di euro, che non piace affatto. A maggior ragione quando c’è un governo malconcio, dei tagli continui che svuotano i conti correnti e delle riforme “lacrime e sangue” che trovano sempre l’altolà della Corte costituzionale.

Dall’esame della troika dipenderà la nuova tranche di prestiti, ma la marcia indietro dell’Fmi lascia tutti perplessi. Insomma, contrariamente a quello che era la norma prima della crisi, adesso bisogna procedere all’indietro: le misure di austerità devono essere attuate gradualmente, con attenzione, per non provocare un effetto controproducente per l’economia, tenendo conto di aspetti quali la disuguaglianza. E, con l’aiuto delle banche centrali, attraverso l’acquisto di obbligazioni.

Intanto tra le nuove misure approvate dal governo di Passos Coelho c’è un taglio medio del 10 per cento alle pensioni superiori ai 600 euro degli addetti pubblici. Il vicepremier, Paulo Portas, forte di questa misura, ha chiesto così ai creditori di allentare il tetto del deficit pubblico, portandolo dal 4 al 4,5 per cento del Pil nel 2014. Una richiesta che ha ricevuto già una risposta fredda da Bruxelles, anche perché in molti sono convinti che, per rimettersi in piedi, il Paese avrà bisogno di un ulteriore aiuto internazionale prima di riguadagnare pieno accesso ai mercati finanziari.

A mettere un punto a questo tira e molla tra rigore e ammissioni di colpa, è stato il ministro dell’Economia António Pires de Lima, che mercoledì ha richiamato tutti alla coerenza: i discorsi della Commissione europea e quelli del Fondo monetario internazionale devono essere “coerenti” , sia nella teoria che nella pratica. Il successo delle trattative con la troika è però fondamentale, anche se in molti al Parlamento hanno dichiarato che i negoziati saranno molto difficili. Tanto più adesso che Standard & Poor’s ha annunciato che “nei prossimi mesi” il rating del Portogallo, attualmente a BB, potrebbe essere tagliato ancora una volta.

Non se la passano di certo meglio nemmeno i vicini spagnoli. La troika è arrivata anche a Madrid, per la quarta revisione sulla situazione finanziaria delle banche iberiche. La troika ha varcato gli uffici di Bankia, Unicaja, Novagalicia, Banco Popular, Catalunya Banc, Sabadell e Santander. E a tutti ha fatto la stessa domanda – o meglio sei, come riporta in esclusiva El País – sulla difficoltà di accesso al credito per le piccole e medie imprese spagnole che, secondo gli ultimi dati, a luglio si è ridotto di 27 miliardi rispetto al mese precedente ed è crollato del 13 per cento in confronto al luglio 2012. La risposta più comune dei dirigenti è stata sempre la stessa: con queste condizioni economiche non c’è nessuna richiesta sana, senza contare tutti i nuovi regolamenti in materia di capitale, accantonamenti e rifinanziamento che sono un’ulteriore restrizione.

@si_ragu

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