“Quando nessuno credeva nel futuro, abbiamo scelto di crederci. Sono passati dieci anni […] I computer vanno veloci, e internet è ancora più rapido […] E i momenti di cambiamento appartengono alle generazioni più giovani”. Così Jack Ma, fondatore e amministratore delegato di Alibaba, il gigante dell’ecommerce cinese, nella sua serata di addio. Non gli è bastato un intero stadio: l’evento è stato trasmesso in streaming e seguito in diretta da milioni di internauti cinesi. Sì, perché quando si tratta di Cina i numeri sono sempre da capogiro. Infatti oggi su 564 milioni di utenti internet nel Paese, 420 milioni si connettono via mobile (più o meno l’equivalente numerico della popolazione statunitense sommata a quella messicana) per una media di venti ore a settimana. E in quelle ore comprano. La spesa del commercio online in Cina supera i 160 miliardi di euro e ha quasi raggiunto quella americana. Non era neppure immaginabile solo cinque anni fa, eppure Jack Ma ci ha creduto. E la storia gli ha dato ragione. Ma ha sempre creduto nella determinazione.

È nato ad Hangzhou, metropoli della Cina orientale. Ha perfezionato il suo inglese lavorando in un albergo che accettava stranieri, è stato bocciato due volte di seguito all’esame d’accesso all’università. Ha provato a fare diversi lavori senza successo. Poi ha convinto 18 amici a prestargli dei soldi. Ha raggiunto una cifra di poco superiore ai 45mila euro e, dal salotto di casa sua, ha fondato Alibaba. Era il 1999 e Jack e aveva 35 anni. Una storia che potrebbe annoverarsi tra quelle che hanno trasformato la Santa Clara Valley nella Silicon Valley che tutti conosciamo. Oggi Alibaba è forse l’azienda che meglio rappresenta il cosiddetto capitalismo di bambù, ovvero quello delle aziende private cinesi che con la loro struttura snella e flessibile sono riuscite a reggere l’impatto e a vincere in un sistema di capitalismo a conduzione statale. Oggi è un colosso: impiega circa 24mila persone in 70 città sparse tra Cina, Giappone, Corea, Gran Bretagna e Usa. Con oltre 130 miliardi di euro, l’anno scorso ha fatturato più di eBay e Amazon messi insieme. E la sua ascesa, probabilmente, non si fermerà qui.

Secondo alcune previsioni, entro il 2020 il mercato dell’e-commerce cinese è destinato a superare quelli di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia messi insieme. Forbes ha calcolato che il suo fondatore abbia oramai accumulato una fortuna di 4,3 miliardi di dollari americani. E lui, ad appena 48 anni e, proprio quando la sua creatura è all’apice del successo, si “auto-pensiona” da amministratore delegato. “Internet appartiene ai giovani,” ha dichiarato quando ha annunciato che avrebbe lasciato il suo posto a Jonathan Lu, un ragazzo che ha fatto carriera nella sua azienda. Forse oggi, la più grande ricchezza di Alibaba è la conoscenza capillare dei consumatori cinesi. In Cina il 60 per cento delle vendite online passa per i suoi sistemi e la quantità di dati che deve aver immagazzinato su fornitori e abitudini d’acquisto della classe media deve essere colossale. “Alibaba – come ha spiegato agli esordi Ma, con un’altra di quelle sue frasi che sono diventate celebri – non era un ladro. Era un gentiluomo che sapeva fare affari”. Su quest’idea ne sono state costruite altre, tutte vincenti e tutte parte del grande albero Alibaba.

Il portale Taobao mette in comunicazione direttamente i consumatori tra di loro, proprio come eBay e il più recente Tmall, un sito simile al nostro Amazon, è pensato invece per costruire un ponte tra le grandi multinazionali e la nascente classe media cinese. Aliyun è un servizio di cloud computing capace di sfidare la galassia Google. eTao è un motore di ricerca per i prodotti e Alipay, l’equivalente del nostro sistema di pagamenti online Paypal, è un sistema con 700 milioni di utenti registrati in grado di reggere, come è avvenuto per la festa dei single lo scorso 11 novembre, 105 milioni di pagamenti in 24 ore. Un record. E l’ultima trovata del colosso It, Aliloan, nasce da un’idea rivoluzionaria: veicola prestiti bancari ai piccoli imprenditori che fanno parte del proprio database garantendo per loro. È un circolo virtuoso: uomini d’affari e semplici clienti vendono le proprie merci attraverso i diversi siti del gruppo permettendo così ad Alibaba di raccogliere dati sulle loro performance e sulla loro affidabilità. Sono gli stessi dati usati poi come garanzia per ottenere prestiti dalle banche. “Fare soldi è etico, un business che non fa soldi è sprecato – ha dichiarato Jack Ma nel corso dell’AliFest 2012 – Noi facciamo soldi perché vogliamo servire sempre più persone in futuro”. Eppure proprio lui, che ha costruito tutto questo, oggi fa un passo indietro. Nella sua serata d’addio ha spiegato: “Ognuno pensa che la propria azienda non possa sopravvivere senza di lui ma se tuo figlio non riesce a vivere senza di te la colpa non è sua, ma tua. Se gli vuoi bene devi insegnargli ad essere indipendente sin da subito”.

di Cecilia Attanasio Ghezzi

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