Fa riflettere, e molto, la questione dell’accesso alle scuole superiori attraverso test di ingresso somministrati ai ragazzi di III media da parte di alcune scuole.

Parliamoci chiaro. Dipende da cosa vogliamo e da cosa intendiamo per scuola dello Stato. Le alternative sono due: il modello costituzionale, inclusivo, quello determinato dal suggestivo esordio dell’art. 34 (“La scuola è aperta a tutti”). La scuola dei “capaci e meritevoli” che, benché privi di mezzi, devono essere messi nelle condizioni, nella scuola della Repubblica, che se ne assume il dovere, di esprimere il meglio di sé, di arrivare ai massimi livelli. La scuola del principio di uguaglianza, quella che rimuove gli ostacoli di natura socio-economica, che emancipa, rende più liberi, perché più colti e dunque consapevoli. Oppure, al contrario, la scuola della meritocrazia, quella della competizione tra istituti (chi ha più alunni, chi ha gli studenti migliori), quella che fotografa, immobilizzandoli, appartenenze e destini sociali. Quella dell’offerta a domanda individuale, quella di serie A, contrapposta a quelle di serie B, C…  Insomma, quella indifferente all’interesse generale.

Si tratta di una scelta di campo; della decisione, o meno, di imboccare una via senza uscita, annunciata, ormai, da ripetuti tentativi più o meno espliciti di sottrarre alla scuola il suo Dna costituzionale: l’occhieggiare sempre meno velato a modelli anglosassoni di scuola market oriented.

E poi ci sono altre valutazioni. Ragazzi di 13-14 anni, in età di obbligo scolastico, costretti ad affrontare test di ingresso per accedere a quella scuola che, fino a prova contraria, è ancora parte del percorso di istruzione obbligatoria previsto dal nostro ordinamento. Uno spartiacque definitivo, in un’età che – non bisogna essere Piaget per capirlo – è di piena evoluzione. C’è da scommettere che risulteranno vincenti i nati bene. Che accederanno alle scuole più elitarie, adesso più che mai, le quali potranno a loro volta pubblicizzare sui siti l’eccellenza dei loro iscritti. E così la già gravissima confluenza dei figli di un dio minore in percorsi non liceali – nei professionali si registra il massimo di diversamente abili, di migranti, di disagio sociale ed economico – sarà confermata anche dalla selezione (in)naturale rappresentata da test sostenuti per accaparrarsi un posto nella scuola più prestigiosa. Dove – similes cum similibus – si troveranno, ancor più di quanto accade oggi, i pargoli predestinati di famiglie in cerca di precoci accreditamenti e blasoni culturali. Accolti in scuole in cui i consigli di Istituto abbiano deciso di sostituire i più democratici, ma certamente meno esclusivi, criteri con cui in genere si respingono le domande in esubero (il sorteggio o la residenza ad esempio) con i test. Sono lontani anni luce gli anni in cui la convivenza tra il figlio del dottore e quello dell’impiegato o del portinaio era considerata un valore sociale, morale e politico.

Dalla scuola della Costituzione a quella della pre-selezione: il declino definitivo di un’istituzione pensata per assolvere una funzione opposta. L’autonomia degli istituti scolastici può consentire una simile deriva classista? Può la funzione “orientativa” della scuola media essere sostituita da regole “fai da te”, volte alla scrematura su base sociale e meritocratica? Voci di corridoio dal Miur e un “cinguettio” di Rossi Doria fanno pensare di noi. Attendiamo (e pretendiamo) denunce, stigmatizzazioni e sconfessioni ben più veementi da parte di chi ha e avrà facoltà e responsabilità di intervenire sulla vicenda. 

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