Si tratta solo di “un punto di partenza per realizzare un cambiamento culturale”, ma il rapporto Bes di Istat e Cnel per la misurazione del benessere rappresenta “una opportunità per la società italiana per discutere quale futuro vogliamo costruire” che “aiuterà a migliorare in concreto il benessere della generazione attuale e di quelle future”. Il presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini, in occasione della presentazione del rapporto sul benessere equo e sostenibile alla quale ha partecipato anche Giorgio Napolitano, ha spiegato che per quanto riguarda la politica “le esperienze internazionali, come quelle australiana e neozelandese, offrono importanti spunti per l’utilizzo del Bes: ad esempio, richiedere che le relazioni tecniche di accompagnamento delle nuove leggi descrivano l’effetto atteso sulle diverse dimensioni del benessere e non solo sulle variabili finanziarie”.

Il Bes offre 134 indicatori, raggruppati in 12 domini: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi. Per realizzarli sono stati utilizzati dati già disponibili ed è stata condotta una indagine specifica su 45mila persone dai 14 anni in su.

“6,7 milioni di italiani sono in gravi difficoltà economiche” – Secondo  il rapporto, in Italia, tra il 2010 e il 2011, l’indicatore della ‘grave deprivazione’ sale dal 6,9% all’11,1%, ciò significa che 6,7 milioni di persone sono in difficoltà economiche, con un rialzo di 2,5 milioni in un anno. Si tratta di individui in famiglie con 4 o più sintomi di disagio in un set di 9. Il rischio di povertà, stimato a partire dal reddito netto disponibile, risulta inoltre più elevato della media dell’Ue e ha raggiunto nel 2010 il 19,6%.

Il rapporto spiega come la grave deprivazione materiale sia una misura associata agli indicatori di povertà monetaria, ma non è totalmente sovrapponibile. Secondo la metodologia Eurostat si presenta, appunto, quando si manifestano quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove. Nel 2011, dopo la sostanziale stabilità che aveva caratterizzato gli anni precedenti, l’indicatore è aumentato in modo “sensibile” (+4,2 punti percentuali).

In particolare è cresciuta la quota di individui in famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste (dal 33,3% al 38,5%), di non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%), un pasto adeguato ogni due giorni se lo volessero (dal 6,7% al 12,3%) e che riferiscono di non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione (dall’11,2% al 17,9%). 

Record famiglie indebitate – Nei primi 9 mesi del 2012 la quota delle famiglie indebitate, sostanzialmente stabile tra il 2008 e il 2011, ha segnato un balzo, passando dal 2,3% al 6,5%. Il più frequente ricorso al debito, generato in molti casi da mere esigenze di spesa, riguarda importi mediamente più bassi.

Italiani sfiduciati e diffidenti verso la politica – Si potrebbe riassumere così l’atteggiamento degli italiani riguardo alle istituzioni e alla società che li circonda. Riguardo alla fiducia nelle istituzioni nazionali e locali, a marzo del 2012 si è registrato il picco più basso con un giudizio di 2,3, su una scala da 0 a 10, riservato ai partiti politici.

Lavoro, 2,5 milioni di occupati irregolari –  ”Secondo le stime di contabilità nazionale – scrive l’Istat – la percentuale di occupati irregolari sull’occupazione totale, che si era andata riducendo negli anni Novanta ed era diminuita di due punti percentuali dal 2001 al 2003 a seguito della sanatoria del 2002, da quel momento si attesta su valori superiori al 10%. Un livello economicamente e socialmente critico, corrispondente a oltre 2 milioni e mezzo di persone”. 

Disuguaglianza sociale in aumento – Cresce il livello di disuguaglianza in Italia, quello misurato attraverso il rapporto tra il reddito posseduto dal 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero che ha registrato valori crescenti, dal 5,2% del biennio 2008-2010 al 5,6% del 2011. Significa che il 20% più ricco delle popolazione percepisce un ammontare di reddito più elevato del 5,6% rispetto al 20% più povero.

Un giovane su 4 non studia e non lavora – La quota dei Neet, ovvero dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni che nè studiano nè lavorano, tra il 2009 e il 2011 è balzata dal 19,5% al 22,7%. Quasi un giovane su 4 dunque non è impegnato in percorsi formativi e non ha un posto. Inoltre viene evidenziato come ben l’8% dei Neet sia già laureato e quindi difficilmente potrebbe continuare a formarsi. Inoltre, in Italia nel 2011 solo il 20,3% dei 30-34enni risulta aver conseguito un titolo di studio universitario. Si tratta del livello più basso tra tutti i Paesi dell’Unione europea, dove in media nella stessa fascia d’età i laureati sono il 34,6%

Benessere soggettivo, calo della soddisfazione della qualità di vita – Gli italiani tracciano un bilancio prevalentemente positivo della propria esistenza, ma le incertezze sulla situazione economica e sociale influenzano negativamente non solo i comportamenti, ma anche le percezioni. Fino al 2011, infatti, quasi la metà della popolazione di 14 anni e più dichiarava elevati livelli di soddisfazione, indicando punteggi compresi tra 8 e 10 (su una scala da 0 a 10). Nel 2012, però, osserva il rapporto Bes, i segnali di disagio, crisi e insicurezza, già registrati dagli indicatori economici classici, hanno inciso significativamente anche sulla misura della soddisfazione complessiva.

La quota di popolazione che indica alti livelli di soddisfazione per la vita nel complesso scende, infatti, dal 45,8% del 2011 al 35,2% del 2012. Aumentano anche i divari territoriali e sociali nella diffusione del benessere soggettivo e se ne creano di nuovi. La soddisfazione per la propria vita decresce in misura maggiore nel Sud, attestandosi al 29,5% (contro il 40,6% del Nord), e tra le persone con titolo di studio più basso e peggiori condizioni occupazionali. 

Vita più lunga, ma donne meno in salute – La vita media continua ad aumentare ,tanto che l’Italia è tra i paesi più longevi d’Europa. In un decennio gli italiani sono, infatti, diventati più longevi di circa 2 anni. Non solo: si stanno riducendo le differenze di genere. Le donne dunque ‘perdono terreno’ sul fronte dello storico vantaggio in termini di sopravvivenza e inoltre sono più svantaggiate per quanto riguarda la qualità della vita: in media oltre un terzo della loro vita è vissuto in condizioni non buone.

Dai dati del rapporto emerge inoltre una doppia penalizzazione nel Mezzogiorno caratterizzato da una vita media più breve e un numero di anni minore vissuto senza limitazioni. Le donne che risiedono in quest’area a 65 anni possono contare ancora di vivere in salute mediamente 7,3 anni contro i 10,4 del Nord. Infine, all’aumentare dell’età le diseguaglianze nelle condizioni di salute si accentuano anche in relazione al livello d’istruzione. Chi ha un titolo di studio superiore al diploma in genere vive meglio di chi ha raggiunto solo la licenza della scuola media inferiore.

Naviga in rete il 54% degli italiani – L’utilizzo di Internet è aumentato negli ultimi anni fino a coinvolgere il 54% della popolazione italiana, ma rimane 16 punti sotto la media europea. E’ inoltre ancora marcato il ‘digital divide’ che non mostra di ridursi. Il divario tecnologico, infatti, “che vede sfavorito il Mezzogiorno, gli anziani, le donne e le persone con bassi titoli di studio è ancora forte e non mostra segnali significativi di miglioramento”. E, ancora, i settori ad alta tecnologia coinvolgono il 3,3% degli occupati contro la percentuale del 3,8% in Europa e i lavoratori della conoscenza rappresentano solo il 13,3% degli occupati (contro il 18,8%).

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