È il 26 marzo 2010. Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali Ilva, arriva in un autogrill tra Taranto e Bari portando con sé una busta bianca: per i finanzieri contiene una “mazzetta” di 10mila euro. Incontra nel retro della stazione di servizio Lorenzo Liberti, perito della procura. La busta passa dalle mani del dirigente Ilva a quelle del perito, tutto catturato dalle telecamere di sorveglianza dell’autogrill. L’incontro tra Archiná e Liberti viene peró stralciato dall’inchiesta originaria per confluire nell’indagine della magistratura sul disastro ambientale a Taranto: 91 pagine di informativa che svelano solo una minima parte delle pressioni dei vertici del siderurgico per tenere le informazioni sgradite “sotto coperta”. Lorenzo Liberti sarà ascoltato dal pm Remo Epifani solo un anno e sette mesi più tardi: “Quella busta – spiegherà al magistrato – conteneva la bozza di un accordo tra Ilva e Politecnico di Bari (in cui Liberti insegna, ndr)”. Il docente universitario e Archinà sono al momento indagati per corruzione in atti giudiziari. La difesa dell’Ilva invece sosterrà che quei diecimila euro prelevati dalla cassa dello stabilimento sotto la voce “spese direzione”, erano destinati alla Chiesa di Taranto

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