La notizia della laurea di Renzo “Trota” Bossi all’Università Kristal di Tirana, conseguita nel 2010 a un anno dalla maturità dopo tre bocciature, ha provocato scandalo anche in Albania dove la Procura generale della Repubblica ha deciso di verificare se il figlio del Senatùr si sia recato nel Paese per seguire gli studi. Venerdì i militanti del partito di ispirazione nazionalista Aleanca Kuqezi ha manifestato davanti al dicastero dell’Istruzione per chiedere le dimissioni del ministro Myqerem Tafaj, responsabile, secondo loro, del degrado del sistema universitario del Paese dove “lo scandalo del figlio di Umberto Bossi rappresenta solo l’ultima vergognosa vicenda”.

Nel frattempo l’Ateneo privato albanese, fondato nel 2005, ha diffuso un comunicato che tende a minimizzare: “I cittadini italiani Pierangelo Moscagiuro e Renzo Bossi sono stati iscritti regolarmente a questa Università, presentando regolare documentazione in conformità con la legislazione albanese”. Secondo l’amministrazione della Kristal, il Trota si sarebbe iscritto ai corsi di business management a partire dall’anno 2007-2008. Difficile crederlo dato che è riuscito a diplomarsi (dopo due bocciature ufficiali, più una contestata) nel luglio 2009, all’età di 21 anni. Ciò nonostante anche l’ex rettore della Kristal, Maringlen Spiro, quello che ha apposto la propria firma sul diploma del Trota, in un’intervista alla tv nazionale albanese continua a sostenere che Renzo ha “frequentato per quattro anni gli studi accademici”. 

In attesa di chiarire la vicenda, la polemica politica continua a gonfiarsi anche sulla sponda est del Mare Adriatico. Il leader del Partito socialista albanese Edi Rama mette sotto accusa tutto il sistema universitario: “Qui gli atenei sono diventate delle fabbriche di diplomi illegali”. E sull’attestato del “dottor” Trota non ha dubbi: “E’ stata comprata”. Anche secondo Rama, il casi del figlio del Senatur e dell’autista tuttofare di Rosi Mauro sono emblematici per capire in che stato versi il sistema universitario del Paese. A partire almeno dal 2005, quando la riforma della scuola ha dato il via alla proliferazione di atenei privati sullo stile della Kristal, dove il controllo dello Stato non è mai stato molto severo. C’è più di un dubbio che queste scuole siano effettivamente dei terminali del “traffico di certificati”. E la timidissima reazione del ministero dell’Educazione di Tirana sembra confermarlo: nessuna dichiarazione ufficiale e la timida promessa di fare qualche controllo sulla scuola del Trota.

Intanto la Procura generale della Repubblica ha aggiunto di volere costituire un gruppo tra inquirenti ed esperti del ministero dell’Educazione che si occupi delle verifiche sul caso. La prima potrebbe essere realizzata sul sistema elettronico di controllo che registra le entrate e le uscite dalle frontiere albanesi, per vedere se il figlio di Bossi sia venuto o meno a Tirana per seguire gli studi. E le polemiche sono affiorate anche sui siti dei principali media albanesi, in cui i lettori hanno ironizzato sui leghisti e il loro razzismo antialbanese, e sugli esami in lingua albanese che ‘il Trota’ avrebbe sostenuto.

 

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

San Raffaele: sei imputati su sette chiedono il giudizio con rito abbreviato

prev
Articolo Successivo

Processo Mori: teste Cristella confuso, “Non è il generale l’uomo del motorino”

next