Potevamo partire anche da 30 anni fa, dalla Bicamerale per le riforme del 1983 e di sicuro avremmo trovato qualcuno che chiedeva la riduzione del numero dei parlamentari. Abbiamo deciso di limitarci agli ultimi dieci anni, che bastano a collezionare dagli archivi Ansa migliaia di proclami su un taglio degli eletti alle Camere che, naturalmente, non c’è mai stato. Del resto, chiedere a deputati e senatori di autoridursi sarebbe come chiedergli di tagliarsi un braccio da soli.

Il 24 luglio 2002 Silvio Berlusconi era al governo e spiegava che uno dei punti del loro programma era proprio la diminuzione del numero dei parlamentari che con il Senato delle autonomie avrebbe realizzato un federalismo “di buon senso”. In realtà la diminuzione dei rappresentanti era nei programmi di entrambe le coalizioni che si presentarono alle urne nel 2001. L’8 novembre 2002, in una puntata di Porta a Porta durante la quale si diceva pronto per il Quirinale, Berlusconi annunciò una riforma che prevedeva – guarda un po’ – la riduzione dei parlamentari. Stesso proclama il 9 febbraio e il 31 luglio 2003.

Il 2 marzo 2004 tocca a Gianfranco Fini: “Nelle riforme è previsto un drastico ridimensionamento del numero dei parlamentari, che non saranno più 915 ma 600”. Bastano pochi mesi e il 6 luglio la Casa delle Libertà annuncia che no, non si possono tagliare 315 posti, al massimo si può arrivare a 750. Sarà Pier Ferdinando Casini, da Vienna, a sostenere il 5 ottobre dello stesso anno che “la riduzione del numero dei deputati è un elemento positivo che dimostra la capacità di essere vigili e selezionare la classe dirigente”. Peccato che la riforma tanto annunciata non sia mai arrivata. Perché il governo Berlusconi aveva realmente inserito nel ddl sulle riforme costituzionali l’intenzione di tagliare i parlamentari. Un buon avvocato potrebbe dire che quella riforma, approvata ben 4 volte tra Camera e Senato, fu poi bocciata dai cittadini col referendum. Ma all’interno prevedeva una riduzione dei parlamentari soltanto a partire dal 2016. Cioè quando buona parte degli onorevoli allora seduti sugli scranni staranno riscuotendo il vitalizio. Lo fece notare, all’indomani del “no” dei cittadini, anche Luciano Violante: “L’unica cosa positiva era la riduzione del numero dei parlamentari, ma va fatta scattare prima del 2016”.

Cambia il governo, vengono eletti sempre 915 parlamentari, e si riparte col balletto: riunioni, accordi, tensioni. Ma la riforma non va in porto. Il 18 gennaio 2007 il democratico Vannino Chiti incontra il leghista Roberto Maroni per cercare un punto di contatto sulla legge elettorale che – neanche a dirlo – portava con sé l’ipotesi di un taglio al numero degli eletti. Nella bozza Chiti erano previsti di nuovo 600 parlamentari, 400 deputati e 200 senatori.

I ministri dell’allora governo Prodi non perdono tempo per elogiare l’iniziativa: “Il governo si impegna in Parlamento per la riduzione del numero dei parlamentari” dichiara Linda Lanzillotta il 13 luglio 2007. “È un segnale positivo e giusto” sostiene Alfonso Pecoraro Scanio il 4 ottobre. E nel frattempo anche l’allora presidente della Camera, Fausto Bertinotti, aveva benedetto l’ipotesi. Che alla fine è rimasta tale. Dopo la nascita del Partito democratico, il nuovo segretario Walter Veltroni non perde occasione per ribadire l’importanza della riforma, ma il progetto non decolla. Rosy Bindi il 4 aprile 2008 parla del taglio dei rappresentanti come una modifica “chirurgica” da fare alla Costituzione. Non avverrà. Cambierà di nuovo governo, gli eletti saranno ancora 915 e il primo a pronunciarsi sarà il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, auspicando “meno parlamentari”. Per Mariastella Gelmini “meno quantità non è meno qualità”. Allora perché non ci si riesce?

Tocca a Pier Luigi Bersani diventato segretario del Pd: “Occupiamoci di cose serie, come la riduzione del numero dei parlamentari”. Forse non lo erano abbastanza. L’8 aprile 2010 di nuovo Maroni sentenzia: “Se non faremo le riforme in 3 anni avremo fallito”. Missione compiuta. Il 9 maggio 2011 Berlusconi sostiene che “siamo l’unico paese al mondo con 1000 parlamentari”, e Anna Finocchiaro assicura che “il dimezzamento ci sarà entro settembre” (sempre del 2010…). Il 9 settembre 2011 il Senato stava esaminando 6 ddl costituzionali. Dieci giorni dopo c’era un’intesa per 450 deputati e 250 senatori. Ancora niente.

Il resto è cronaca delle ultime ore: un accordo ABC (Alfano, Bersani e Casini) sulla legge elettorale che prevede anche una serie di riforme costituzionali, compreso un taglio dei parlamentari al ribasso (500 e 250), che già scricchiola. Perché nei partiti maggiori sono in molti a rifiutare l’intesa. “É necessario che Alfano convochi il partito per discutere su un argomento vitale per la politica e per il Paese – ha dichiarato il senatore del Pdl Altero Matteoli – senza una sintesi le conseguenze possano essere gravissime”. Come quelle previste per il Pd da Arturo Parisi: “Il vertice del Pd, ovvero Violante per conto di D’Alema e Bersani, hanno intrapreso questo viaggio a ritroso, hanno fatto l’accordo con gli altri e poi lo sottoporranno all’assemblea a cosa fatta. Mi chiedo se i dirigenti non debbano tornare ai loro vecchi partiti. L’accordo è un imbroglio, perché la maggior parte degli eletti sarà scelto dalle segreterie dei partiti, questo è un porcellinum”. Ma anche i partiti minori non ci stanno. “Se la riforma della legge elettorale sarà quella che si legge sui giornali, ci sarà una reazione durissima, innanzitutto contro il Pd” ha minacciato Nichi Vendola. Se finirà come tutte le volte negli ultimi dieci anni, il leader di Sel può dormire sonni tranquilli.

Da Il Fatto Quotidiano del 29 marzo 2012

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