A partire dal primo marzo tutti i servizi Internet offerti da Google avranno un’unica policy per la privacy. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, il nuovo sistema dovrebbe accorpare le attuali 60 norme e risultare “più breve e di più facile comprensione” per gli utenti.

Tutto bene allora? No. Per lo meno a sentire la vice presidente della Commissione Europea Viviane Reding, che ha chiesto all’azienda di Mountain View una “pausa di riflessione” prima di applicare le nuove norme. Secondo Bruxelles, infatti, l’auspicabile semplificazione non deve andare a scapito della completezza nell’informare gli utenti. La richiesta di un confronto sulla questione, però, non sembra aver fermato Google dall’implementare le nuove norme sulla privacy.

La questione meramente legale, però, rischia di distrarre dal nocciolo del problema. Perché dietro all’accorpamento delle norme per la privacy, si nasconde quello dei dati raccolti attraverso tutti i servizi offerti dalla “grande G”. SI tratta, in pratica, di un salto di qualità nella profilazione di chi utilizza i servizi, incrociando per esempio i dati delle ricerche effettuate con quelli di Gmail, YouTube, Blogger, Google Maps, Picasa e le altre decine di strumenti offerti dalla società americana. Insomma: la quantità di informazioni raccolte sarà la stessa, ma queste saranno combinate tra loro per delineare meglio interessi e abitudini di chi le usa.

Secondo Google, l’obiettivo sarebbe quello di “creare un’esperienza d’uso che sia meravigliosamente semplice e intuitiva per tutti i servizi”. Gli utilizzatori delle varie applicazioni, quindi, dovrebbero trovarsi con risultati personalizzati per le ricerche online, ma anche (e soprattutto) con annunci pubblicitari ritagliati su misura in base agli interessi desunti dalle info raccolte. Tutte cose che Google fa già da tempo, ma che ora rischiano di raggiungere un livello di penetrazione nella privacy degli utenti decisamente inquietanti. Le proteste più accese arrivano dagli attivisti di EPIC (Electronic Privacy Information Center), che hanno proposto anche un appello urgente per bloccare l’introduzione delle nuove norme.

In un post sul blog ufficiale dell’azienda, il responsabile Pablo Chavez cerca di tranquillizzare chi teme una riduzione della privacy sottolineando il fatto che la stessa Google offre la possibilità di utilizzare molti servizi senza accedere al proprio account Google. Difficile pensare, però, che qualcuno possa avere l’accortezza di uscire dall’account di Gmail prima di eseguire una ricerca su Maps o sul motore di ricerca. Esilarante, invece, il riferimento di Chavez alla possibilità di usare la navigazione “in incognito” offerta da Chrome, il browser targato Google. Il software prevede effettivamente una modalità di funzionamento che dovrebbe impedire il caricamento di cookie e il conseguente tracciamento della navigazione. Peccato che nelle scorse settimane proprio Google sia stata accusata di aver volontariamente aggirato funzioni simili utilizzate dai software concorrenti Internet Explorer e Safari.

Da ultimo (ma non per importanza) c’è l’aspetto della sicurezza. Raccogliendo in unico calderone tutte le informazioni degli utenti, il rischio è che un eventuale hacking dei server di Mountain View abbia conseguenze devastanti. Basti pensare, per esempio, che l’accesso a un account Google permette di installare a distanza applicazioni (e anche eventuali virus o spyware) su un terminale Android a esso collegato. Ma anche limitandosi ai dati raccolti tramite i servizi Web, ce n’è abbastanza per mettere a rischio una impressionante gamma di dati personali.

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