Edison, ma quanto ci costi? Nella battaglia per la spartizione del gruppo energetico nato più di 10 anni fa da una costola di Montedison c’è tutta l’Italia di questi anni e qualche vizio ben più antico. Crisi economica e finanziaria, un governo animato da sogni di gloria ma con le casse vuote, manager spregiudicati nella gestione della “cosa pubblica”, enti locali costretti a barcamenarsi tra capitoli di spesa e investimenti onerosi e con una manovra di agosto che ha tarpato loro le ali, società straniere che fanno razzia di quanto di buono c’è in Italia, aspettando magari un’altra ondata di privatizzazioni e svendita di immobili di stato.

Il tutto nel mezzo di un polverone che non aiuta a capire cosa stia realmente succedendo e quali siano i costi per la collettività. L’oggetto del contendere che ha messo in fibrillazione i più importanti comuni del nord Italia, innanzitutto quelli del vecchio triangolo industriale, è la Edison, una delle maggiori società energetiche d’Italia, con 10,4 miliardi di euro di fatturato nel 2010 che la collocano al secondo posto nei mercati sia dell’energia elettrica sia del gas. Il gruppo è controllato dal colosso pubblico energetico francese Edf e da una serie di municipalizzate italiane (queste ultime riunite nella società Delmi, che ha le azioni Edison a un prezzo di carico di 1,5 euro contro una valutazione di borsa attuale di 0,75 euro).

Dieci anni fa Edf era vicina al controllo assoluto della società ma fu stoppata dall’allora governo Berlusconi che impose un socio italiano per evitare la sottrazione di una società strategica dal futuro luminoso nel nascente mercato libero dell’energia. Lo scorso marzo, scaduto il patto di condominio, il colosso francese premeva per arrivare ad un controllo pressoché totale della società. Operazione che è stata di nuovo stoppata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti il quale all’urlo di: “Non passi lo straniero” aveva gridato alla difesa dell’italianità della società. Lactalis stava già mettendo le mani su Parmalat, un’altra acquisizione straniera non poteva essere tollerata.

Nei mesi successivi e fino ai giorni scorsi si era quindi fatto pian piano spazio il cosiddetto “lodo Zuccoli” (dal nome del presidente del consiglio di gestione di A2A, la municipalizzata di Milano e Brescia seconda azionista di Edison), teso a mantenere al di qua delle Alpi almeno Edipower, la controllata di Edison, che già da sola è la quarta società italiana nella generazione elettrica. Un piano che metteva in pratica l’idea nazionalistica di Tremonti. Giuliano Zuccoli aveva accarezzato, grazie al progetto Edipower, il sogno di una “grande A2A”. Ma il sogno si è infranto contro lo stop perentorio dell’assessore al Bilancio del comune di Milano Bruno Tabacci, che il 23 settembre ha bacchettato sulle mani Zuccoli: “Finalmente è stato determinato che il piano Zuccoli per Edison, cavalcato dal Governo, non sta in piedi: ha prodotto zero, solo confusione” ha ringhiato, aggiungendo che “il Governo ha fatto peggio: doveva garantire l’italianità e ha garantito solo confusione”. Fermi tutti. Dove stava il trucco? I comuni, cui il governo ha tagliato i trasferimenti ad agosto per l’ennesima volta, avrebbero dovuto pagare di tasca propria per mettere in opera un progetto di chiara matrice governativa andandosi a scontrare con un colosso come Edf.

Stefano Ricucci avrebbe liquidato la questione con il classico “fare i f. con il culo degli altri”. Da qui la decisione di tornare indietro all’idea originaria di divisione proposta lo scorso marzo: ovvero alle municipalizzate italiane le centrali idroelettriche di Edipower e ai francesi tutta la Edison del gas, intesa sia come materia prima da bruciare per produrre energia sia come prodotto finito da vendere alla clientela business e privata. Un piano sul quale lavorava attivamente Mediobanca, azionista essa stessa di Delmi.

Ma quali sono le cifre in ballo, quelle che hanno fatto tremare i polsi agli amministratori locali (tra i quali il sindaco di Brescia e onorevole del Pdl) Adriano Paroli e sbottare un Tabacci preoccupatissimo di non poter magari iscrivere per qualche anno in bilancio comunale i grassi dividendi di A2A? Secondo gli analisti di Intermonte (gruppo Mps) Edipower varrebbe circa 3,8 miliardi di euro, di cui solo uno di accollo di debiti. Farla tutta propria voleva dire far indebitare enormemente le municipalizzate e ridurre drasticamente o annullare per anni i dividendi ai comuni. La soluzione alla quale si è lavorato è invece lasciare in mani italiane gli appetibili impianti idroelettrici di Edipower (650 Mw circa di potenza ), cui sono interessati A2A e potenzialmente anche le società trentine, che già ne gestiscono altre, e lasciare il gas (1100 Mw circa) a Edf, che prenderebbe anche le attività direttamente in capo a Edison (8,4 Mw di potenza installata, quasi tutta nella generazione a gas).

Se per i comuni liberarsi dal peso del lodo Zuccoli è un sollievo, lasciare in mani francesi Edison è una sconfitta per l’Italia? Tabacci, interpellato da Il Fatto Quotidiano, ha tuonato contro la sciocchezza di una cordata italiana: “Vogliamo fare la fine di una nuova Alitalia”? ha detto. In ambienti governativi circolava già l’idea che Edf volesse fare di Edison la sua sub holding europea nel settore del gas, testa di ponte utile per andare a trattare con i grandi paesi produttori del Mahgreb – Algeria in testa – dove i transalpini sono visti come fumo negli occhi. Un ottimo progetto che l’Italia non ha avuto in quanto avrebbe potuto configgere con quelli di Eni, ma che sarebbe stato importante per diversificare le filiere di approvvigionamento del gas. Certo è che, quando si uscirà dalla crisi, i grandi utili di gruppi energetici come Edison prenderanno la via Francigena per attraversare le Alpi e ingrassare i bilanci pubblici di una società dell’Eliseo.

Per l’appunto, Edison, quanto ci costi. Una curiosità: le banche francesi sono le prime detentrici estere di titoli italiani del Tesoro, e le ultime grandi acquisizioni come Bulgari, Parmalat, la prossima Edison, ma anche la casa di moda Brioni e forse anche l’Ansaldo Breda quando sarà messa in vendita ( si parla di un interesse di Alstom, già proprietaria della ex Fiat Ferroviaria) sono state di aziende francesi. Non c’è nessun legame esplicito, solo una curiosa coincidenza.

di Alfredo Faieta

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