Nuova denuncia di Greenpeace: “Salvati la pelle!”. Questa l’esortazione dall’associazione ambientalista internazionale, che in occasione della Fiera internazionale LineaPelle, il più importante salone espositivo del settore conciario in corso questi giorni a Bologna, lancia l’allarme: “se ci tenete all’Amazzonia, salvatevi la pelle”. La kermesse è la piattaforma di lancio ideale per il nuovo rapporto Promesse infrante, in cui l’associazione denuncia i crimini e le illegalità commesse dalle aziende conciarie brasiliane sul terreno della foresta pluviale.

Nel mirino dell’inchiesta, la brasiliana Jbs, una delle più grandi aziende rivenditrici di pelli e carni bovine per i crimini e le illegalità che “il gigante della carne e della pelle” continua a commettere. Per avere pelli e carne a buon mercato, le aziende del settore zootecnico non si fanno scrupolo di utilizzare mezzi illegali, come l’impiego di lavoro schiavile, l’occupazione di terre indigene, la distruzione di ampi tratti di foresta. Gli allevamenti bovini sono infatti la principale causa della deforestazione in Amazzonia – ogni 18 secondi ne viene distrutto un ettaro. Risultato: ce ne resta il 20%.

Non solo: le modalità adottate per la riconversione di vaste zone delle foreste millenarie in allevamenti industriali, sono a dire poco inquinanti. La sbrigativa combustione di vaste aree boschive, genera il  rilasciano enormi quantitativi di CO2 e altri gas contenuti nel terreno, “producendo ogni anno più inquinamento di tutti i trasporti mondiali messi insieme”, come spiega Chiara Campione, la responsabile della Campagna Foreste di Greenpeace.

Per questo motivo, l’azione spettacolare che ha avuto luogo davanti a Palazzo Re Enzo,  è diretta alle aziende del settore presenti in fiera, nonché all’intero mercato dell’Alta Moda, esortandoli a controllare la provenienza delle pelli utilizzate per divani e abiti. Un set di 4 modelle a rappresentare la bellezza dell’Amazzonia, con abiti realizzati appositamente dalla stilista Mariangela Grillo con materiali sostenibile, vengono fotografate da un vero fotografo di moda, attirando l’attenzione dei passanti sui pannelli che recitano lo slogan tenuti dagli attivisti.

Come è solito fare, Greenpeace ammonisce sulle implicazioni riguardanti l’acquisto di prodotti di cui non si conosce la filiera, e dunque sulla parte di responsabilità che ne può derivare, da parte di aziende italiane che da questi rivenditori si riforniscono, e non da ultimo, su chi compra il prodotto finale, contribuendo a mantenere vivo un mercato che sta distruggendo il nostro ultimo polmone verde:l’Amazzonia.

“Il messaggio che vogliamo lanciare, è che i vostri prodotti potrebbero essere contaminati con azioni a dir poco criminali – spiega la campainer – “se avete JBS fra i vostri fornitori, fatevi qualche domanda in più”. Greenpeace non è ancora riuscita a risalire alle aziende italiane, come fece già con i quattro anni di ricerca che portarono alla denuncia, nel 2009 con la campagna “Fai respirare l’Amazzonia” (la campagna portò aziende come Nike, Geox a rivedere l’intera filiera di produzione). Ma fatto è che l’azienda in Italia vende, e ha appena aperto una conceria nel nostro Paese.

Non esagerazioni da fanatici ambientalisti (bassezza qualunquista con cui spesso si liquidano questioni comuni), ma una questione di salute pubblica – se proprio non la si vuole considerare dal lato del rispetto del pianeta. Questione per ciascuno di noi, dall’industria fino all’utilizzatore finale, può essere responsabile, nel bene e nel male. Realizzato in due giorni dallo staff di Greenpeace, il sito www.salvatilapelle.org contiene tutti i documenti, nonché il video della protesta di oggi.

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