E’ fallita per la quarta volta la scalata della finanza ‘azzurra’ alla Banca popolare dell’Emilia Romagna, e grazie ad un ex magistrato. Dopo un’assemblea carica di tensione, accuse reciproche e due risse che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, sono naufragate nell’urna le attese dei sostenitori di Gianpiero Samorì, finanziere vicino a Marcello Dell’Utri. La partita infatti non si giocava sulla scontata conferma della lista uno di Piero Ferrari e del board di un istituto che lo sfidante vorrebbe ridisegnare a suon di acquisizioni, tagli al centro sud e ricapitalizzazioni miliardarie. Ma sullo scranno del consigliere riservato da quest’anno alla lista di minoranza, una posizione determinante per lanciare nuovi assalti e condizionare scelte cruciali: il potere del diritto di veto sugli affidamenti alle parti correlate (le società dei consiglieri) è enorme. Samorì ci puntava con forza ma la sua crescita si è fermata a 5mila voti, tremila in meno della lista capeggiata da Manfredi Luongo, già procuratore di Modena e Forlì-Cesena legato alla Popolare irpina e sceso in campo per difendere “le banche del sud”.

Ieri l’ex magistrato era assente per un’indisposizione parsa di opportunità dopo le polemiche relative a Domenico Livio Trombone, sindaco revisore di Unipol e firmatario della sua lista. La Consob è stata già investita del sospetto di un patto occulto con la linea Maginot della governance, rinsaldata nell’ultimo triennio dall’entrata di Mario Zucchelli (presidente della holding Holmo che tramite Finsoe controlla Unipol) nel salotto buono dei big dell’alimentare (Cremonini, Fini, Amadori) e della finanza bianca.

Dal canto suo Samorì schierava Roberto Marchini, già vicesindaco di Parma oggi candidato Pdl a Borgotaro, e l’ex europarlamentare Ppe Livio Filippi, a testimonianza delle radici ancorate nel centrodestra, dal doroteismo al berlusconismo. L’avvocato modenese, nominato vent’anni fa commissario liquidatore del Consorzio Caseario italiano dal governo Andreotti, è stato in grado di creare un impero dal nulla col volano finanziario di due banche locali e della holding madre Modena Capitale (soci come il re dei liquori Mario Casoni, Veneto Banca e Tercas, i costruttori Granulati Donnini e la prima ceramica quotata Granitifiandre). Dal berlusconismo ha mutuato anche la strategia comunicativa, lanciando tv e quotidiano locale. Ieri in assemblea, in attesa del voto, ha impartito una lezione agli altri giornalisti, rei di dedicare poco spazio alle sue tesi. La scalata alla Bper è baciata sin dal suo primo tentativo da Marcello Dell’Utri, che nel 2007 lo sceglie come vicepresidente nazionale dei Circoli del Buon Governo. E di seguito appoggiata dalla Lega Nord per il progetto di spostamento di baricentro del Gruppo al nord.

Stavolta i segnali per l’avvento nel Cda c’erano tutti, a partire da certi riposizionamenti di soggetti un tempo ostili e oggi alla finestra. Alla vigilia dell’assemblea ha trovato audience sul Corriere della Sera, storicamente freddo sugli assalti dell’avvocato al fondo di De Benedetti M&C e al colosso della chimica Snia, l’allarme ‘rosso’ di un’espansione delle Coop nella banca. Le proposte di ricapitalizzare con 2,5 miliardi di euro e di acquisire la Popolare di Milano si contestualizzano giocoforza con quanto sta accadendo nel capoluogo lombardo: il presidente della Bpm Massimo Ponzellini, eletto grazie al centrodestra, è impegnato in un braccio di ferro coi sindacati contrari agli aumenti di capitale richiesti da Bankitalia.

Il voto per il rinnovo di un terzo di Cda della Bper, pareva dunque incerto. Tanto da spingere i vertici ad un serrate le fila e la Coop a organizzare punti di raccolta delle deleghe degli azionisti (quattro e non più due) nei supermercati e servizi di navetta per l’assemblea. Che sarà ricordata come un unicum non per i nuovi collegamenti con le sedi di Ravenna, Avellino e Lamezia Terme. Al netto delle consuete accuse di truppe cammellate, ostruzionismo (degli scalatori con 328 iscritti a parlare su 600 richieste) e censura (del presidente Ettore Caselli per lo stop dopo 55 interventi) la tensione è tracimata in un clima da stadio partito coi fischi a distanza delle “curve” e terminato con aggressioni in stile ultras come nelle peggiori pagine del Parlamento. In secondo piano è dunque finito il dibattito, con l’avvocato a criticare l’immobilismo del management, a sua volta pronto a ricordare il piano d’investimenti e gli indicatori positivi di una banca che ha sorretto l’economia locale dopo il crac della Lehman Brothers, un istituto cooperativo dove si entra solo col conto corrente e si fa carriera partendo dallo sportello. La linea Maginot alla fine ha retto anche grazie ad un ex magistrato che ora siederà nel Cda. Ma Samorì, questo è certo, ci riproverà.

(le foto sono di Davide Mantovani)

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