di Elisa Battistini

“Le storie sembrano già scritte”. L’avvocato di Telefono Rosa, Antonella Faieta, è una penalista che ne ha sentite di tutti i colori. Ma quando si parla di violenza tra le mura domestiche (il 75% del totale), lo “script” segue un canovaccio prestabilito. “La donna incontra quello che sembra l’uomo dei sogni. Scatta un investimento emotivo fortissimo. Spesso si va a convivere o ci si sposa. Poi iniziano i segnali negativi: lui critica le amicizie della compagna, dice che i familiari la condizionano troppo. L’obiettivo è isolare la donna dai suoi legami e controllarla il più possibile. Le prime aggressioni avvengono spesso quando la donna resta incinta: spintoni, colpi al viso. E quando nascono i figli la cosa prosegue, peggiorando”. Sembra incredibile, ma le donne che subiscono maltrattamenti da parte dei partner di solito hanno il coraggio di reagire soltanto dopo molti anni. A volte anche 10 o 15. Come si fa a tollerare la sudditanza psicologica e la violenza fisica per così tanto tempo? Cosa spinge a “tirare avanti”, nonostante tutto? “Si sottovaluta – dice Faieta – l’enorme senso di vergogna nel dover ammettere che quell’uomo meraviglioso che hai sposato è l’uomo che ti picchia. La vergogna è legata al fallimento. Si sottovaluta inoltre che una donna, quando decide di denunciare il proprio compagno, deve essersi riconosciuta come vittima di un sopruso. Mentre in questi rapporti l’uomo fa leva sul senso di colpa, facendo credere alla donna che se lei si comportasse diversamente le cose andrebbero meglio e lui non sarebbe violento. Nella mia esperienza le donne reagiscono quando il marito mette le mani sui figli, oppure quando la donna non tollera più di farsi vedere tumefatta davanti a loro”.

Un caso che resta impresso nella memoria di Antonella Faieta è infatti quello di una donna che ha deciso di denunciare il marito dicendo: “Non mi fanno male le botte, mi fa male lo sguardo di mio figlio. Questa donna, dopo l’ennesima aggressione, aveva un rivolo di sangue che le scendeva dal naso e ha incrociato lo sguardo del figlio mentre il sangue gocciolava a terra”. Alla fine si è rivolta a Telefono Rosa e ha deciso di denunciare. Ma oltre al fattore psicologico, ci sono altre difficoltà che trattengono le donne dallo sporgere denuncia. “Dal punto di vista personale – continua Faieta – c’è spesso una dipendenza economica dal marito che crea gravi problematiche. Ma dal punto di vista legale, spesso la donna non conosce i propri diritti e non sa che ci sono leggi che la tutelano. Come la 570 del Codice penale, che obbliga il compagno ad assistere economicamente la donna o la 572 che tutela contro i maltrattamenti in famiglia e comprende anche le coppie di fatto. Se mi denunci non ti do una lira è una frase ricorrente del marito violento. In realtà è una menzogna: l’uomo è tenuto a farlo”.

Pensare a una donna violentata o picchiata che va in una stazione dei carabinieri o della polizia, porta a chiedersi quanto le forze dell’ordine siano preparate ad accogliere questo tipo di vittime. “Si sta creando una sensibilità sul tema e ci sono anche corsi di formazione per gli operatori sia sanitari sia della sicurezza. In generale, però, è vero che in un commissariato non si è ancora abituati ad accogliere una donna che sporge denuncia per violenza domestica. E che le donne preferiscono essere ricevute da altre donne, almeno a un primo contatto, perché la credibilità degli uomini è decisamente com-promessa. Questo, però, fa sì che in un secondo momento sia importantissima la presenza maschile per ripristinare un’immagine positiva dell’uomo”. Ma succede ancora che una donna, in una stazione di polizia, si senta dire: Torni a casa, vedrà che passa. Oppure: Ma come? Viene a denunciare il padre dei suoi figli? “Bisogna fare formazione, per preparare il personale”. Anche perché le donne devono essere incoraggiate a reagire, visto che la loro predisposizione è spesso, quella di continuare a “mandar giù”. Ogni donna spera che sia l’ultima volta, che l’uomo non lo faccia più. Resta il fatto che, sopportare per tanti anni la violenza psicologica in un rapporto, conduce a una vita infernale e spesso alla depressione. “Ci si alza la mattina pensando che la giornata sarà un nuovo incubo. Sperando che quando lui torna dal lavoro non sia di cattivo umore. Le donne che non lavorano vivono isolate, quelle che lavoranospessocompromettono la propria carriera. Sono vite estremamente difficili”. Infine, ci si chiede quali siano le “fasce sociali” più coinvolte. “È un fenomeno trasversale, che coinvolge molti professionisti.

Gli uomini di cui parliamo sono persone normali. Va sfatata l’idea che bevano o abbiano problemi sul lavoro. Il problema è culturale. Sono uomini legati a stereotipi di domino e controllo, che desiderano essere onnipotenti. Parliamo in realtà di persone fragili, che non sono in grado di avere un rapporto con una donna e riescono ad affermarsi solo con la violenza”. L’avvocato è convinto che “le donne devono denunciare. E se ne deve parlare di più, perché la violenza domestica uccide più del cancro: non possiamo dimenticare questi soprusi. Anche se la giustizia non segue sempre il suo corso e molti processi vengono archiviati perché finiscono in ambito civile. Ma è capitato che ci siamo opposti e che siano stati riaperti i dibattimenti in ambito penale, arrivando alle condanne”.

da Il Fatto Quotidiano del 28 novembre 2009