Qual è la fine che può toccare in sorte a un esponente siciliano del Pd che voglia fare l’antimafioso sulle barricate (e non da salotto), che si batta contro gli scempi ambientali e che si opponga al peggior affarismo che corrode il proprio partito? Espulso. Sì, proprio così. Questa è la storia di Beppe Arnone, avvocato da Agrigento, di quelli che usano la legge non per fare quattrini ma per il vizio della denuncia, leader siciliano di Legambiente e militante politico da una vita, prima col Pci, poi coi Ds, adesso col Pd (dopo un passaggio alla Margherita) e per di più con un sogno nel cassetto: rinnovare i vertici del partito in Sicilia. Ma partiamo da quelle due righe con cui dalla Commissione regionale di garanzia del Pd è stata comunicata ad Arnone la cacciata dal partito: caro Arnone, non le rinnoviamo la tessera perché lei ha violato il comma 8 dell’articolo 2 dello Statuto. Ma cosa dice questa diavoleria di comma? Dice che chi è iscritto ad altri partiti politici non può chiedere la tessera del Pd. Avvocato, cosa ha fatto? Doppia tessera? “Questa è una vicenda semplicemente ridicola”, racconta Arnone ad Antefatto, “Le cose sono andate così: l’anno scorso c’erano le elezioni provinciali e io mi son voluto candidare alla Presidenza contro il candidato scelto dal partito, ma potendo contare sull’appoggio di alcuni deputati nazionali. Solo in un collegio mi sono presentato col sostegno di una lista, come fatto tecnico, perché così prevedeva la legge. E questo sarebbe essere iscritti ad un altro partito? Peraltro, nel corso della campagna elettorale, andavo ripetendo che al consiglio provinciale bisognava votare Pd. Sa che in seguito volevano pure cambiare lo statuto regionale? Inserendo cioè una norma che vieta l’iscrizione a chi si è candidato con un’altra lista. Per essere sicuri di potermi mettere fuori. Un’assurdità”.

Nessuna doppia iscrizione dunque. E allora? “La verità è un’altra ed è che dà molto fastidio l’azione che da tempo ho formalmente intrapreso, anche con lettere interne, per far sì che il Pd possa liberarsi di leadership molto distanti dai valori di Pio La Torre e Pier Santi Mattarella”.

Una di queste lettere è un telegramma che Arnone invia a Walter Veltroni in persona a poche settimane dalle elezioni nazionali del 2008 e con il quale auspica un rinnovamento radicale nella formazione delle liste: “Caro Walter mi permetto di farti presente che nella mia provincia, negli ultimi due anni, due sindaci Ds sono stati arrestati per mafia, un terzo solo incriminato per mafia e un quarto a giudizio per associazione a delinquere. Ho tanta fiducia in te e ti romperò ampiamente le scatole. Penso che tu veramente possa essere il capo dei milioni di pazzi lucidi che vogliamo cambiare l’Italia”. In un altro scritto chiedeva a Veltroni di non candidare Mirello Crisafulli per via dei suoi rapporti col boss mafioso di Enna Raffaele Bevilacqua e di non mettere in lista anche un altro vecchio leader diessino della zona, l’ex Presidente della Regione Sicilia Angelo Capodicasa, accusato da Arnone di essere “uno che sulla sabbia fa più buchi degli struzzi”, a causa dei suoi silenzi sulle malefatte del sistema di potere della città dei templi, e nel mirino del leader ambientalista anche per essere stato il principale sponsor della candidatura a sindaco di Agrigento di Marco Zambuto, giovanissimo leader Udc locale, eletto un paio di anni fa sotto le insegne del centrosinistra e da poco approdato al Pdl.

A distanza di un anno e mezzo da quella lettera Arnone è stato praticamente messo fuori dal partito. Crisafulli e Capodicasa sono in Parlamento. Surreale.