Potrebbero rimanere impuniti gli autori del lancio di bombe carta contro gli africani all’ex villaggio olimpico a Torino. Un giudice deve decidere se archiviare l’inchiesta sulla spedizione punitiva avvenuta il 23 novembre 2016, quando una ventina di uomini, tra cui molti ultras del Torino Calcio, si sono diretti verso le palazzine occupate dai profughi, hanno scoppiato grossi petardi e gridato “negri di merda” e altre frasi razziste. Una notte di tensione che aveva portato le condizioni dell’ex villaggio olimpico di Torino all’attenzione nazionale e che ricordava il rogo della Continassa nel 2011, quando in periferia un gruppo di cittadini e di ultras della Juventus diede fuoco a un campo nomadi perché una ragazza aveva denunciato di essere stata stuprata da un rom, una bugia detta per coprire alla famiglia la sua prima volta.

In un’aula a porte chiuse del tribunale giovedì mattina, di fronte al giudice per le indagini preliminari Irene Gallesio, il sostituto procuratore Onelio Dodero ha chiesto di archiviare il procedimento contro Antonio Pio Basanisi,  detto Tony, capo del gruppo “Ultras Granata”, accusato di concorso in violenza privata, minacce e scoppio di ordigni, tutti aggravati dalla discriminazione razziale, e contro Lorenzo Carletti, tifoso finito sotto inchiesta soltanto per il reato di concorso in violenza privata aggravata dalla stessa ragione. Alla richiesta del pm si è opposto l’avvocato Gianluca Vitale, difensore di un abitante delle palazzine picchiato e minacciato il pomeriggio prima dell’azione di forza. Sull’album fotografico con le foto segnaletiche l’africano ha identificato come suoi aggressori Basanisi e Carletti, che – difeso dall’avvocato Silvia Fragalà – si discolpa dicendo di essere stato al lavoro. Invece il primo, titolare del bar Sweet vicino allo stadio Filadelfia e luogo di ritrovo degli ultras granata, sarebbe stato riconosciuto anche tra i partecipanti al corteo sotto l’ex villaggio olimpico.

Tra quel bar e le palazzine nella zona “ex Moi”, c’erano state le prime scintille che portano a quell’assalto. Domenica 20 novembre uno degli africani rompe una vetrata del bar Sweet dopo un litigio con Basanisi. Il giovane stava raccogliendo del ferro, il capo ultras gli aveva dato qualche vecchio oggetto, ma per un’incomprensione è nato un diverbio violento. Più tardi nel pomeriggio tre suoi amici vanno a recuperare bicicletta e carretto, ma la situazione si infiamma di nuovo al punto che interviene la polizia. Gli agenti colgono le intenzioni del gestore del bar e dei clienti di voler farsi giustizia da soli dopo la trasferta a Crotone, giocata alle 15 di quella domenica, e restano nei paraggi. La vendetta, però arriva mercoledì 23 novembre quando un altro abitante dell’ex Moi passa vicino al locale degli ultras e alcuni di questi lo fermano ricordandogli che non devono più passare di lì. Dagli aggressori parte qualche calcio e qualche pugno che lo straniero denuncia. Ai poliziotti riferisce alcune minacce come “Vi bruceremo le case”, “Ve le facciamo scoppiare”, frasi che gli agenti – interrogati dagli investigatori – dicono di non aver sentito.

Era soltanto la prima scintilla. La sera stessa, momento in cui al bar Sweet una cinquantina di tifosi si incontrano per la riunione settimanale, succedono alcune cose. Intorno alle 21.40 alla sala Match Point, dove gli africani si ritrovano per guardare le partite di calcio, alcuni uomini a volto coperto entrano e lanciano dei petardi “Black thunder”. La pattuglia “Alfa Uno” della Digos della questura di Torino interviene ed effettua dei controlli, va davanti al bar Sweet e, non potendo identificare i partecipanti alla riunione, prende nota delle targhe. Poi sparisce. Due ore dopo gli abitanti del quartiere vengono allarmati da urla ed esplosioni. Un gruppo di venti persone a volto coperto, armate di bastoni, scoppia grossi petardi e insulta gli africani, che scendono dalle palazzine e tentano di reagire. La polizia ritrova fumogeni e una torcia a mano e pensa subito che dietro ci sia lo zampino degli ultras.

La procura avvia un’inchiesta, affidata alla Digos, che interrogato pochi ultras. I telefoni di alcuni capi della tifoseria e di un esponente di Casapound vengono intercettati. Tuttavia il pm, pur ritenendo che i responsabili dell’assalto appartengano all’ambiente della curva Maratona, afferma di non avere abbastanza materiale per sostenere l’accusa, soprattutto perché gli unici elementi per l’accusa contro Basanisi e Carletti sarebbero le parole della persona offesa e non sono stati trovati altri riscontri. L’avvocato Vitale, invece, sostiene che nel fascicolo ci sarebbero altri indizi e prove e che si dovrebbero acquisire altre informazioni. Ora la questione è al gip, che dovrà decidere se nei faldoni ci sono elementi utili per un processo. Se archivierà, l’assalto ai profughi non avrà responsabili.