“Avete mai controllato per davvero dove vanno a finire i soldi che date alle ong che sostenete?”. Pranab Doley è venuto dall’India per raccontare ai milanesi la storia dei popoli tribali dello Stato settentrionale di Assam. “In Italia alcune organizzazioni ambientaliste hanno grande credibilità – continua Fiore Longo, antropologa culturale di Survival, unica ong al mondo esclusivamente dedicata ad aiutare i popoli indigeni a difendere le loro vite e le loro terre – Ma con questa campagna chiediamo a cittadini e governi di smettere di finanziare organizzazioni che, in nome della natura, torturano, arrestano e addirittura uccidono i popoli indigeni”. I casi di gravissimi abusi che l’antropologa ha raccontato il 3 ottobre alla Casa dei Diritti di Milano sono la quotidianità della vita di Pranab, giovane difensore dei diritti dei Mising, popolo tribale indiano sfrattato illegalmente dalle terre dove hanno sempre vissuto per fare spazio al Parco Nazionale di Kaziranga, famoso per la sua popolazione di rinoceronti e tigri. “Noi siamo cresciuti tra tigri e rinoceronti – continua Pranab – e sappiamo perfettamente riconoscere quando un elefante ha fame”. Infatti, lungi dall’uccidere le tigri, molte tribù le venerano come divinità. “Perché dobbiamo essere cacciati dalle nostre terre invece di continuare a vivere con gli animali?”.

Perché è questo che sta avvenendo in 37 delle 50 riserve indiane delle tigri (ma anche in diverse aree protette di Camerun, Repubblica Centraficana e Kenya), dove Survival ha documentato gravissime violazioni dei diritti di centinaia di migliaia di indigeni che, pur avendo sempre vissuto nelle vicinanze delle aree protette, sono ora sfrattati per lasciare spazio ai parchi naturali. Motivazione ufficiale: garantire un’area “vergine” dove permettere alle tigri di vivere in tranquillità. Ma accanto alla tanto sbandierata protezione animale, “ci sono anche questioni economiche – continua Fiore Longo – visto che riconoscere la terra agli indigeni significherebbe sottrarla allo Stato indiano”, e quindi “ridurre gli introiti economici per il governo ma anche per le associazioni ambientaliste che con lui collaborano organizzando tour turistici nelle aree protette”.

Netta la risposta del WWF, tra le organizzazioni che operano a sostegno della conservazione nel Parco di Kaziranga, che prende le distanze rispetto alle accuse di abusi subiti dai popoli tribali indiani. “Non esiste per noi azione di conservazione che non metta al centro il valore delle comunità e del singolo individuo. Ogni azione­ di violenza non può che inasprire il dramma del bracconaggio, la cui crescita esponenziale mette a rischio il futuro di persone e di animali”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it Isabella Pratesi, direttrice dei progetti di conservazione di WWF Italia. “Il bracconaggio non deve essere combattuto mai con la violenza ma mettendo in piedi percorsi, come quelli collegati al turismo sostenibile, che diano valore alla conservazione della natura”.

La sigla dell’organizzazione con sede in Svizzera è ben nota a Pranab. Sono loro, infatti, ad avere addestrato i guardaparco delle aree protette dove la tribù del giovane attivista indiano vive. Perché, accanto agli sfratti illegali, diversi nativi devono anche fare fronte a una seconda problematica: guardaparco che sparano a vista contro i sospetti bracconieri che tentato di entrare nel Parco Nazionale di Kaziranga. “La prima pallottola è stata sparata nel 1985 e da allora sono state uccise centinaia di persone – racconta l’attivista indiano – Il parco è patrimonio dell’umanità dell’Unesco, ma questo avviene a un costo umano molto alto”. Si tratta di esecuzioni extra-giudiziali, visto che “i guardaparco sono dotati di immunità e sparano senza verificare di avere nel mirino un bracconiere”, continua l’antropologa di Survival.

Tra le vittime, raccontate anche in un noto documentario della BBC che è costato all’emittente inglese il bando da tutte le aree naturali dell’India, un giovane tribale con gravi difficoltà fisiche e di apprendimento entrato nel parco per recuperare una mucca che gli era sfuggita, ma anche un bambino di 7 anni che le pallottole dei guardaparco hanno condannato a non potere più camminare. “Dal 2009, sono state uccise con l’accusa di bracconaggio 65 persone – precisa l’antropologa di Survival – Solo negli ultimi tre anni, i morti sono stati 53”. Nessuna chiarezza sul reale coinvolgimento di queste vittime con il fenomeno del bracconaggio.

“Perché raccontare tutto questo in Italia? – continua Pranab Doley – Perché sono i paesi occidentali a finanziare i progetti di conservazione di queste aree protette. Gli europei dovrebbero controllare dove vanno a finire i soldi che danno alle associazioni ambientaliste e qual è il loro reale operato”. Anche rispetto a questi episodi di violenza, però, la direttrice dei progetti di conservazione di WWF Italia sottolinea come l’organizzazione del panda in India e nel mondo collabora all’addestramento di guardaparco esclusivamente con l’obiettivo di rafforzare la lotta al bracconaggio, attraverso il coinvolgimento delle comunità locali, la prevenzione della violenza e l’uso di tecnologie che possano prevenire l’impiego di armi. “Il nostro lavoro è quello di proteggere gli animali e le risorse naturali dal saccheggio e dalla rapina, a beneficio delle comunità locali e dell’intera umanità – continua Isabella Pratesi di WWF – In India come nel resto del mondo, nei casi in cui WWF viene a conoscenza di situazioni contrarie ai nostri principi di totale rispetto delle comunità locali e dei diritti umani, interveniamo tempestivamente per informare le istituzioni affinché perseguano e condannino severamente i responsabili”.

Eppure, a detta di Survival, i contatti che hanno cercato di avere con il WWF per chiedere incontri per spiegare il loro operato sono stati inutili. “Lottare contro le multinazionale è più semplice – continua Longo – ma le organizzazioni della conservazione, come il WWF, godono di grande consenso in Europa”. Ma anche su questo punto è ferma la replica della direttrice dei progetti di conversazione dell’organizzazione del panda, che auspica “una vera collaborazione tra organizzazioni no profit”, una collaborazione che, a suo parare, non è stata cercata da Survival, che si è limitata a fare una sola chiamata a WWF Italia, senza mai chiedere un incontro. “Più volte abbiamo chiesto a Survival di spiegarci e aiutarci a capire – continua Isabella Pratesi – Quella di Survival sembra più una campagna mediatica volta a catturare l’attenzione che non a risolvere sul posto e concretamente i problemi delle comunità locali”.

Nella disputa tra ong, all’evento nella Casa dei Diritti di Milano l’ultima parola spetta a chi sta vivendo sulla sua pelle questi soprusi. Secondo l’attivista indiano, infatti, alla base delle torture subite dai popoli indigeni, non solo questioni economiche ma, secondo Survival, una concezione “razzista” che li disegna come selvaggi fuori dalle caste a cui si può fare ogni barbarie nel nome della conservazione della natura. Sfrattare i popoli indigeni, infatti, non significa solo distruggere una cultura millenaria ma anche “mettere a rischio l’80% della biodiversità del pianeta, che si trova proprio nei territori dei popoli indigeni e che da loro è stata conservata per generazioni – continua Fiore Longo – Sono loro i veri guardiani della foresta”. E mentre Pranab racconta di quante piante officinali conosce la sua tribù e di come si sono sempre adattati ai ritmi della natura, una frase chiude il suo discorso: “Volevano civilizzare i selvaggi, ma a me piace pensare che hanno selvaggizzato i civilizzati”.