Non solo non ci saranno le preferenze, non solo non ci sarà il voto disgiunto, ma le pluricandidature saliranno da 3 a 5. A proposito di libertà dell’elettore di votare chi vuole il Rosatellum 2 si avvicina un po’ di più al Porcellum man mano che va avanti la discussione in commissione Affari costituzionali della Camera, in previsione di approdare in Aula a Montecitorio la prossima settimana. Secondo un emendamento del relatore di maggioranza Emanuele Fiano, approvato in commissione, sia alla Camera sia al Senato ci si potrà candidare in un numero di collegi fino a 5. Il che significa che – sommato ai listini bloccati – il voto potrà essere trascinato dai leader e a cascata – quando questi opteranno per un collegio – saranno eletti i candidati nelle posizioni subito successive. Un meccanismo che avvantaggia i partiti sempre più legati ai propri leader, come Forza Italia, Alternativa Popolare, la Lega Nord e per certi versi lo stesso Pd. Alle critiche di Mdp e M5s, il Pd replica osservando che l’attuale normativa (il Consultellum, cioè l’Italicum devitalizzato dalla Consulta) ne prevede 10 e che quindi si tratterebbe di un dimezzamento. L’emendamento prevede che ci si potrà candidare in un collegio uninominale e in 5 plurinominali (in un listino proporzionale). In caso di elezione in questi collegi si dovrà optare per quello in cui la propria lista ha ottenuto meno voti.

Per i deputati M5s in commissione in questo modo “il ‘pacco’ ai cittadini è fatto”. “Non bastava aver negato le preferenze, aver posto le basi per cartelli elettorali in cui il voto viene disperso mortificando la volontà dei cittadini e riconsegnando il potere ricattatorio alle formazioni minuscole. Ora anche la maschera è tolta: i cittadini possono votare solo i prescelti dalle segreterie politiche, gente fedele al capo e non ai territori che non garantirà mai la rappresentanza dei cittadini”. Danilo Toninelli ha chiamato la legge prima “merdellum” e poi “da vomito”.

Una norma assurda, la definisce Alfredo D’Attorre, di Mdp, “sconfortante“. L’aumento a cinque pluricandidature consentite “rafforza ulteriormente questa vera e propria orgia di nominati”. Spiega D’Attorre: “Un candidato, presentandosi in cinque parti diverse d’Italia, indebolisce notevolmente il rapporto con il territorio e viene meno qualsiasi riconoscibilità degli eletti. E’ un modo questo di rafforzare il controllo delle segreterie dei partiti”. La risposta, sfortunatamente non nel merito ma solo di polemica politica, è di Alessia Morani (Pd): “Se, come dice, ritiene assurda la norma sulle pluricandidature, ci aspettiamo che D’Attorre impegni Mdp a non utilizzarla. Staremo a vedere”.

Giulio Marcon, capogruppo di Sinistra Italiana a Montecitorio, spiega: “L’estensione da 3 a 5 delle pluricandidature nei collegi, voluta da Forza Italia, accentuando così il controllo dei partiti sui candidati da eleggere e togliendo ai cittadini la possibilità di sapere chi stanno eleggendo. La legge sta diventando sempre di più un pastrocchio truffaldino e incostituzionale. Un imbroglio a danno dei cittadini, che non garantisce trasparenza ed il rispetto della volontà dell’elettore. La legge è una sorta di Frankenstein elettorale costruito su misura per Renzi, Berlusconi e Alfano“.

Soglie di sbarramento al 3 per cento nazionale
Tra gli elementi della riforma elettorale che non cambiano ci sono le soglie di sbarramento che resteranno al 3 per cento sia per la Camera sia per il Senato e saranno su base nazionale e non regionale come aveva chiesto Alternativa Popolare. Dopo l’annuncio di Fiano è intervenuto per Forza Italia Roberto Occhiuto che ha ritirato un emendamento degli “azzurri” che faceva recuperare alla coalizione i voti delle liste che rimangono sotto la soglia dell’1 per cento, emendamento sul quale Fiano si era espresso negativamente.

I collegi sono 109, in caso di parità eletto il più giovane
I collegi uninominali del Senato non saranno più 102, come era stabilito nel testo base del Rosatellum bis, ma 109. La correzione è arrivata con un emendamento del Pd firmato da Marco Di Maio. Anche su questo si accesa una polemica sollevata dal M5s che ha messo in dubbio, per bocca del deputato Andrea Cecconi, che il ministero dell’Interno, al momento di disegnare i collegi, non ricorra al cosiddetto “jerrymandering“, cioè la loro perimetrazione in modo tale da avvantaggiare la propria parte politica. Cecconi ha sottolineato che la prima volta che furono disegnati dei collegi uninominali, nel 1993-94, “era in carica un governo tecnico” che assicurava la neutralità del Viminale. Ai Cinquestelle ha replicato Fiano: “Respingo al mittente, e metto sull’avviso di non avanzare ipotesi che si configurano come calunnia”. Anche Danilo Toninelli ha attaccato su questo punto, prendendo spunto dalla delega di 30 giorni al Viminale per disegnare i collegi con l’ausilio di alcuni esperti. “Gli esperti verranno qui per mettere una firma a dei collegi già fatti. Al più gli si pagherà la cena. Non c’è precedente nella storia perché il Governo è un organismo politico. Collegi disegnati dal governo in pochi giorni senza che il Parlamento abbia voce in capitolo? Ma non avete dignità”.

Tra l’altro su questo il relatore Fiano ha presentato un emendamento che prevede che nel caso in cui due candidati in un collegio uninominale ottengano lo stesso numero dei voti “è eletto il più giovane d’età“. Sul tema si è sviluppato un dibattito, perché Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) proponeva che fosse eletto il più anziano. Fiano ha sottolineato che si tratta di una “norma di chiusura residuale”, ma che comunque potrebbe favorire la presentazione di candidati giovani.

La norma “pro movimenti non partiti”
Ok della commissione, invece, all’emendamento, a firma del presidente Andrea Mazziotti (Civici e innovatori, gli ex di Scelta Civica) che recepisce alcuni punti contenuti nella legge sui partiti approvata alla Camera e ferma da tempo al Senato. L’emendamento prevede che i partiti che non hanno uno Statuto potranno presentarsi alle elezioni solo se indicano elementi minimi di trasparenza come il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Il tutto, prevede ancora la norma, sarà pubblicato sul sito del Viminale insieme al nome e al capo della forza politica e alle liste presentate. Nel caso tali regole non siano rispettate le liste saranno ricusate. Vista così, dunque, sembra una proposta che faciliterebbe la presentazione delle liste dei movimenti non strutturati come partiti, come i Cinquestelle (che però hanno votato contro).

Il tagliando anti-frode sulla scheda
Tra le novità anche un tagliando anti-frode su ogni scheda elettorale, una misura contro il voto di scambio approvata con un emendamento firmato da Sergio Boccadutri e Paolo Coppola, entrambi del Pd. Ogni scheda ha un tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. “In questo modo – spiega Coppola – si potrà finalmente dire addio alla cosiddetta truffa della ‘scheda ballerina’ che consiste nel comprare il voto dell’elettore consegnandogli una scheda già votata prima dell’entrata nel seggio e chiedendogli di riportare una scheda bianca”.