Si è chiusa con una raffica di richieste di rinvio a giudizio l’inchiesta sulla gestione della Banca Popolare di Vicenza, che ha gettato sul lastrico decine di migliaia di risparmiatori. Il procuratore di Vicenza, Antonino Cappelleri, ha affidato la notizia a un comunicato in cui scrive che “di fronte alle intense aspettative dell’opinione pubblica” si informano gli organi di stampa dell’invio all’ufficio del Gup della richiesta che riguarda le persone e i reati contenuti, lo scorso luglio, nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Quattro degli indagati si erano presentati per essere interrogati, ma evidentemente le loro spiegazioni non hanno convinto i pubblici ministeri.

Il processo viene chiesto innanzitutto per l’ex presidente Gianni Zonin, imprenditore vinicolo oltre che patron dell’istituto da tempo immemore. C’è poi l’ex direttore generale Samuele Sorato, da cui dipendeva il controllo della messa in pratica delle strategie societarie. L’elenco è completato dall’ex consigliere di amministrazione Giuseppe Zigliotto, dall’ex vicedirettore generale responsabile della divisione mercati Emanuele Giustini, dall’ex vicedirettore generale dell’area finanza Andrea Piazzetta, dall’ex vice direttore della divisione crediti Paolo Marin e dal dirigente Massimiliano Pellegrini, cui spettava il compito di redigere i documenti contabili. Le accuse di aggiotaggio e ostacolo alle attività di vigilanza vengono contestate, oltre che alle persone fisiche, anche alla banca, ora in liquidazione coatta amministrativa.

I reati riguardano innanzitutto la prassi della società di concedere prestiti cosiddetti “baciati”, ovvero finanziamenti ai clienti che servivano però per comperare azioni dello stesso istituto di credito. Un meccanismo che, secondo l’accusa, aveva lo scopo di dissimulare la vera situazione dei conti dell’istituto agli organi di vigilanza. L’aggiotaggio riguarda quindi la diffusione di notizie non veritiere e l’attuazione di “operazioni simulate ed altri artifici, concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione delle azioni Bpvi”, così da condizionare “in modo significativo l’affidamento riposto dal pubblico nella stabilità patrimoniale” della banca e il valore delle azioni. Dai capi d’accusa emerge la quantificazione dei finanziamenti concessi per ai soci per sottoscrivere gli aumenti di capitale, che ammontano a quota 963 milioni di euro. Somma che non aveva però dato corso, come imporrebbe la legge, alla predisposizione al passivo dello stato patrimoniale di una riserva indisponibile, motivata dal finanziamento di capitale proprio.

Tutto questo sarebbe stato nascosto alla Banca d’Italia che non avrebbe saputo né degli autofinanziamenti, né della firma di lettere di impegno con cui Bpvi assicurava ad alcuni clienti il riacquisto delle azioni. Il che poi non è sempre avvenuto, visto che solo una parte degli azionisti è riuscito a monetizzare le proprie azioni prima del crollo. Oltre a questo filone principale, ci sono altri reati per diverse posizioni che verranno prese in considerazione nelle prossime settimane.