Un limbo nel quale sono intrappolati da mesi, se non anni. Una lunga attesa tra la speranza di una nuova vita in Europa e il timore di un “no” che significherebbe il viaggio di ritorno verso il Paese da cui sono fuggiti. Secondo l’ultimo rapporto del think tank statunitense Pew Research Center sono 1,1 milioni i richiedenti asilo nei 28 Paesi dell’Unione Europea, ai quali si aggiungono quelli in Svizzera e Norvegia, che hanno fatto domanda di protezione internazionale nel biennio 2015-2016 ma che, al 31 dicembre scorso, stavano ancora attendendo una risposta. Un numero altissimo se si considera che questa massa di persone provenienti da Africa, Asia e Medio Oriente rappresenta circa la metà di coloro che si si sono registrati per richiedere asilo politico. L’Italia è tra i Paesi con meno giudizi in attesa, ma i problemi non si limitano alle tempistiche: tra tutti coloro che hanno fatto domanda nei due anni presi in esame, solo il 3% è tornato, volontariamente o meno, nel proprio Paese o fuori da confini Ue. Circa 100mila persone, stima l’istituto di ricerca, avrebbero fatto perdere le proprie tracce e vivrebbero in clandestinità.

Tra gli Stati con la più bassa percentuale di richiedenti asilo in attesa c’è la Siria. In alcuni Paesi membri dell’Unione, i cittadini siriani, nonostante le valutazioni riguardanti la protezione internazionale si basino sulle singole storie personali e non sulla provenienza di chi fa domanda, possono godere di un processo di valutazione accelerato, data la crisi umanitaria dovuta alla guerra civile che dal 2011 sta distruggendo il Paese. “Solo” 130 mila sui 650 mila richiedenti sono ancora in attesa di valutazione. Un 20% che rappresenta una netta minoranza.

Percentuali ben diverse da quelle dei cittadini provenienti da altri Paesi che stanno affrontando gravi crisi umanitarie e, anch’essi, con un alto numero di richieste. Il vicino Iraq, che come il governo di Bashar al-Assad sta portando avanti la sua battaglia contro lo Stato Islamico e, negli ultimi anni, ha visto fuggire milioni di persone dal nord recentemente liberato, ha anch’esso 130 mila cittadini che attendono una risposta alla propria richiesta di asilo politico su un totale di 215 mila. Valore assoluto equivalente a quello dei siriani, ma in percentuale ben più alto: 62% di casi ancora in fase di analisi.

Sorte simile a quella dei cittadini dell’Afghanistan, anche loro in fuga da uno dei Paesi più poveri al mondo e stravolto da quasi 40 anni di conflitti ininterrotti. Dei 310mila richiedenti asilo provenienti dal Paese centroasiatico, 240 mila, il 77%, sono ancora in attesa di risposta. Le percentuali si alzano ancora di più se si contano anche Stati che hanno fatto registrare numeri decisamente più bassi. Ad esempio, l’89% dei richiedenti asilo albanesi nel biennio 2015-16, 75 mila su 80 mila, non ha ottenuto una risposta dai governi europei. Così come il 77% dei 65 mila kosovari o dei 60 mila iraniani.

In questi due anni, però, dei 2,2 milioni di persone arrivate nel Vecchio Continente per richiedere protezione internazionale, circa 885mila rifugiati, circa il 40% del totale, hanno visto accettata la propria domanda d’asilo. Merito di alcuni Paesi più virtuosi, come ad esempio l’Italia che ha lasciato in attesa “solo” 55mila dei 185 mila richiedenti asilo, il 28%. Numeri che potrebbero abbassarsi ulteriormente in futuro, dopo l’approvazione ad aprile 2017 del contestato decreto Minniti che, tra le altre cose, elimina un grado di giudizio nel processo di valutazione delle richieste d’asilo. Molti altri Paesi, però, hanno mostrato tempi d’attesa molto più lunghi. I 70mila rifugiati che hanno fatto domanda d’asilo in Ungheria, ad esempio, si sono ritrovati di fronte a un blocco: solo il 6% di loro ha ottenuto una risposta. Numeri simili a quelli della Grecia, che ha lasciato in attesa il 90% delle domande, per poi scendere al 69% della Spagna, il 67% della Finlandia e il 66% dell’Austria. Anche la Germania, che nel 2015 si era distinta per la “politica delle porte aperte” voluta dalla Cancelliera, Angela Merkel, si ferma a un 51% di domande esaminate, anche se su numeri assoluti ben più elevati del resto d’Europa: 530 mila casi in attesa su 1.090.000 richieste.

Dai numeri pubblicati dal Pew Research Center emerge, però, un altro dato. Dei circa 2,2 milioni di persone che hanno fatto domanda d’asilo politico nel biennio preso in esame, solo il 3% ha fatto ritorno al Paese d’origine o è uscito dai confini dell’Ue, volontariamente o no. Segno che l’aumento del numero dei rimpatri promesso da diversi Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia, è ancora lontano dal mostrare la propria efficacia. Lo dimostra anche un altro dato: il 5% del totale si è visto rifiutare la richiesta d’asilo e, così, ha fatto perdere le proprie tracce. Circa 110mila persone che hanno preferito l’illegalità in Europa al ritorno a casa.

Twitter: @GianniRosini