“Fra noi detenuti c’era chi si spaccava il cranio sbattendo la testa contro la porta di ferro della cella in cui eravamo rinchiusi: sentivi il rumore tremendo che fanno le ossa quando si frantumano”. Ismail – nome di fantasia – ha 47 anni e da tre anni è arrivato in Germania. Divide un appartamento a Coblenza con un siriano e un tedesco. Vuole farsi fotografare solo di spalle: “Ho ancora la famiglia in Siria e qui, in Germania, c’è chi sta con il governo in Siria”. Parla guardando fuori dalla finestra della sua piccola stanza con bagno e cucinotto. L’arredamento è spartano: i mobili sono stati donati dai tedeschi ai poveri. “La cella era larga 4 piastrelle per 11, come quelle della cucina” dice indicandole. Poi, credendo di non essere stato chiaro, si alza e prende un metro per misurare la lunghezza e la larghezza. “Novantotto cm di larghezza e 217 di lunghezza. Era una cella di isolamento ma ci hanno rinchiusi in undici, tutti insieme: 4 in piedi e 7 seduti a rotazione. Litigavamo per i turni. Io ero l’ultimo arrivato, il più debole, e sono rimasto un mese in piedi. Sono ancora in cura per le ossa delle gambe”.

Ismail è in casa con i suoi genitori, nella parte vecchia di Damasco, quando sente le grida dei suoi vicini. Si sporge dalla finestra della sua camera: i servizi segreti rastrellano tutto il quartiere. “Quando sono entrati in casa nostra, sono scappato sul tetto ma un militare era già dietro di me e mi ha colpito in testa con il manico del fucile”. Il padre era nel giardino, piangeva. Ismail ferma il racconto, riflette: “Oggi è un anno che è morto mio papà…”. Beve un sorso di succo di gelso rosso scuro, quasi viola. I frutti li ha raccolti nei giardini di Coblenza. Per questo il suo coinquilino lo chiama “l’uomo della frutta”: sa dove si trovano tutti gli alberi da frutto in città. “Hanno cominciato a portare fuori tutto: il televisore, il frigorifero e i mobili. Hanno rubato ogni cosa”. Ismail viene caricato in una macchina e portato alla sezione 215 dei servizi segreti militari a Damasco. Nel piazzale lo spogliano e rimane in mutande. Un militare gli tira la canottiera su fino alla testa. “Mi hanno coperto gli occhi, non vedevo nulla, e hanno cominciato a bastonarmi mentre entravamo”.

Poi, viene rinchiuso in un bagno. “In tarda sera mi sono venuti a prendere e mi hanno portato nella cella di isolamento, ma eravamo in undici! Non si respirava”. Poco dopo, due soldati lo portano all’interrogatorio: comincia la tortura. “Uno mi ha tirato due forti schiaffi sulle orecchie” Ismail se le tocca con le mani, “non sentivo più nulla” dice con la voce tremante. “Mi hanno torturato con il metodo della sedia tedesca”. Il suo corpo nudo viene legato allo scheletro di metallo di una sedia. La testa viene reclinata verso il basso e tirata dalle braccia tese dietro la schiena. I polsi gli vengono legati ai piedi. Le vertebre della spina dorsale in tensione vengono compresse sulle due aste di metallo della sedia. “In quel momento hanno cominciato a bastonarmi. Mi insultavano e ridevano”. Una volta riportato in cella, “non potevo piangere: era vietato o i secondini ci avrebbero picchiati. Dovevo stare zitto”. Ogni giorno, racconta Ismail, “morivano due persone in cella con noi. Alcuni impazzivano e si spaccavano la testa prendendo a testate la porta di ferro: sentivi il rumore tremendo delle ossa quando si frantumano; altri morivano di fame, di sete o di malattie. I cadaveri li dovevamo trascinare fuori. Quando se ne accumulava un certo numero sparivano: gettati in fosse comuni”.

La detenzione dura tre mesi. Il fratello di Ismail riesce a tirarlo fuori pagando 15mila dollari a un ufficiale dei servizi segreti. “Davanti al giudice ho visto mio fratello e sono scoppiato, finalmente, a piangere. Mi avevano prosciolto, fino ad allora ero stato dentro senza sapere il capo di accusa”. Subito dopo, la corsa a casa e in ospedale. “Pesavo 38 kg, ora ne peso 68” dice mentre tira fuori dalla tasca una foto. C’è lui, Ismail, seduto su un letto d’ospedale: le guance scavate, i capelli completamente rasati, le ossa del corpo si possono contare a occhio nudo. Mette via il cellulare, si vergogna o non vuole ricordare. “Deve stare tutto dentro, sotto, altrimenti smetterei di vivere” dice, aspirando dalla sigaretta. Di psicologi non ne vuole incontrare. Il 5 settembre del 2014 lascia la Siria. “Non volevo… non volevo abbandonare Damasco, c’è altro oltre a Damasco?”. Il viaggio fino alla Turchia e da li in Bulgaria, dove la polizia lo ferma. “Mi hanno rubato i soldi e ci hanno rispediti indietro”. Ismail ci riprova e arriva in Germania. “Ma per me non c’è futuro; né qui né in Siria”. È tutto finito in quella cella. “Le urla terribili che sentivo mi bastavano, non le posso dimenticare. Anche io ho urlato quando mi spegnevano le sigarette addosso” si abbassa una calza e cerca le cicatrici: “Eccola”. Accende una sigaretta e guarda fuori dalla finestra. Fuori è buio, si sente solo il Reno che scorre. La notte avvolge ogni cosa.