Nello stadio risuona l’inno americano, ma loro non cantano. Se ne stanno mutiin ginocchio, con gli allenatori che, invece, rimangono in piedi per appoggiare le mani sulle loro spalle: un chiaro segno di solidarietà. Dopo il basket, anche il football si ribella a Donald Trump e alle discriminazioni razziali.

“Le società caccino i giocatori che per protesta non cantano l’inno nazionale”, aveva detto poche ore fa il presidente degli Stati Uniti. Ma la prima partita disputata dopo il suo annuncio non è andata come lui avrebbe voluto. I campioni dei Jacksonville Jaguars e dei Baltimore Ravens si sono ribellati al numero uno della Casa Bianca. E per la prima volta anche il patron di una grande squadra si è inginocchiato durante l’esecuzione dell’inno: è Shahid Khan, proprietario dei Jaguars, che ha preso posizione nonostante a gennaio avesse contribuito con un milione di dollari all’insediamento di Trump, come scrive il Washington Post.

Lo scontro tra il presidente Usa e il mondo dello sport americano si fa sempre più duro. Nei giorni scorsi c’era stato il battibecco con Stephen Curry dei Golden State Warriors, vincitori del titolo Nba 2017: atteso alla Casa Bianca insieme ai compagni di squadra, aveva preannunciato che non sarebbe andato all’incontro e allora Trump aveva ritirato l’invito in un tweet. Con Curry si è schierato un altro campione della palla a spicchi, LeBron James, e il commissario Nba, Adam Silver.

Ma il primo sportivo a ribellarsi all’amministrazione Trump era stato proprio un giocatore di football: nell’agosto 2016, nel pieno degli scontri tra la polizia e la popolazione afroamericana, il quarterback Colin Kaepernick era rimasto seduto durante l’esecuzione dell’inno nazionale per protestare contro le violenze. Da quel momento molti hanno cominciato ad imitarlo: l’ultimo – prima delle squadre di football di Jacksonville e Baltimora – era stato Bruce Maxwell, giocatore afroamericano di baseball degli Oakland Athletics, che durante la partita di ieri è diventato il primo atleta della Mlb, la lega professionistica del baseball americano, a inginocchiarsi durante l’inno. Ma non solo sportivi: sempre ieri in un concerto a New York Stevie Wonder si è inginocchiata sul palco in solidarietà con i giocatori “ribelli”.

“I giocatori possono esercitare il diritto alla libertà espressione fuori dal campo, nel loro tempo libero”, ha replicato il segretario al Tesoro americano Steve Mnuchin. “La questione razziale non c’entra niente. È una questione di rispetto per il Paese, per i militari, per i soccorritori, per tutti quelli che rischiano la vita per gli Stati Uniti”.