Mafia Capitale e il cosiddetto Mondo di mezzo. La Procura di Roma ha chiuso le indagini per 28 indagati a vario titolo per bancarotta, traffico di influenze illecite, corruzione, usura, turbativa d’asta, favoreggiamento, trasferimento fraudolento di valori. Tra coloro che rischiano di finire sotto processo ci sono il direttore de “Il Tempo” Gian Marco Chiocci, per favoreggiamento, Salvatore Buzzi, ras delle cooperative, Massimo Carminati, Luca Odevaine, Gennaro Mokbel, Franco Panzironi e Giovanni Fiscon. Tutti già giudicati nel filone principale ad accezioni di Mokbel e Chiocci. Tra i reati contestati non c’è l’associazione per delinquere di stampo mafioso. L’atto di chiusura dell’inchiesta è firmato dal Procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone (nella foto), dagli aggiunti Paolo Ielo e Michele Prestipino e dai sostituti Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini.

A Chiocci, i magistrati della procura di Roma contestano il reato di favoreggiamento in favore di Massimo Carminati. Nel capo di imputazione si legge che il giornalista, nell’ottobre del 2014, avrebbe aiutato l’ex Nar “ad eludere le investigazioni dell’autorità giudiziaria che procedeva nei suoi confronti per i delitti di associazione a delinquere di stampo mafioso e di corruzione, comunicandogli per il tramite di Salvatore Buzzi di aver appreso in ambienti giudiziari della indagine a suo carico e di attività di intercettazione e di riprese video in corso“.

“Sono allibito ed enormemente sorpreso dalla decisione della procura di Pignatone che evidentemente non ha ritenuto sufficienti le dettagliate spiegazioni da me rese a verbale il 6 luglio 2015. Ribadisco, una volta di più, di non aver mai riferito notizie di indagini a Massimo Carminati” afferma in una nota Chiocci. Il giornalista spiega che le indagini della Procura erano “note allo stesso Carminati (come emerso ripetutamente al processo e come mi disse lo stesso Carminati allorché provai invano a intervistarlo) e a tantissimi giornalisti che di Carminati e dei dettagli segretissimi delle indagini di Mafia Capitale scrissero in tempi non sospetti, a più riprese, in articoli e libri, essendo evidentemente la notizia di dominio pubblico nel mondo della cronaca giudiziaria.Ribadisco – conclude il direttore del quotidiano romano – come dalla lettura degli atti emerga chiaramente come sia stato Buzzi (che mi venne presentato da Alemanno come persona perbene) ad aver chiesto notizie a me e non sono certo io ad avergliele date. Non frequentando più da tempo i palazzi di giustizia, di quell’inchiesta non sapevo nulla, se non quello che leggevo su altri giornali”.