Gli attori usano il cervello in maniera diversa perché recitano. Fare finta di essere un dottore, un ladro, un assassino, un operaio, porta il cervello a lavorare in maniera diversa. Recentemente ho ascoltato parlare su questa questione Monica Salvi che gestisce l’orto Collettivo sinergico di Casale Podere Rosa a Roma, si occupa di teatro-terapia e di malati di alzheimer. La Salvi sostiene che esiste un rapporto tra l’esperienza di recitare e il modo con il quale affrontiamo le situazioni difficili. Di fronte a un disastro esistenziale, una situazione pericolosa, una malattia, gli attori hanno un vantaggio sostanziale rispetto alle altre categorie umane: possono recitare. Cioè “fare finta che” come hanno fatto quotidianamente sul palcoscenico.

Questa esperienza offre un doppio vantaggio. Le esperienze dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti ci dicono che spostare l’attenzione dal centro del tuo problema a qualche cosa d’altro è essenziale per salvare il proprio equilibrio mentale. E a volte può aumentare le tue probabilità di uscirne vivo. Primo Levi, in una straordinaria intervista trasmessa da Rai scuola (santi subito!) racconta che si era messo a studiare i comportamenti dei deportati. Mentre la sua vita era distrutta e le sue possibilità di sopravvivere stavano a zero, lui, scienziato, era stupito dalle relazioni umane. Si chiedeva perché quando arrivava un nuovo contingente di centinaia di deportati, tra i nuovi venuti si stabilisse una gerarchia nel giro di un paio di giorni. Provava a discutere questa questione sociologica con i suoi compagni di prigionia, ma loro lo prendevano per pazzo: “Ma che dici! Ci stanno ammazzando! Che te ne frega di come si stabiliscono le gerarchie?!?”

Pochi sono usciti vivi e ancora capaci di raziocinio dai campi di sterminio. E dai loro racconti sappiamo che ci sono riusciti mantenendo viva una qualche passione. In queste situazioni, scienziati e artisti sono avvantaggiati perché sono abituati a occuparsi di particolari che per altre categorie professionali sono poco significativi. Hai presente La vita è bella di Benigni?
Le statistiche dell’Organizzazione mondiale della sanità ci confermano questa ipotesi: artisti e scienziati sono le categorie più longeve. E questo nonostante la maggioranza degli artisti faccia una vita disordinata.

Artisti e scienziati vivono più dei multimiliardari! Questi ultimi hanno un’aspettativa di vita pari a quella di un avvocato. Avere pochi soldi accorcia la vita, ma oltre un certo livello di benessere un miliardo in più o in meno non fa la differenza, muori uguale. Invece, l’arte e la scienza e il conseguente coltivare i rapporti umani e la passione allungano la vita. A questo va aggiunto un ulteriore vantaggio particolare proprio degli attori, dovuto alla loro esperienza di far finta di essere un altro: sono bravissimi a fare finta di essere un’altra persona in un altro posto. Da un certo punto di vista, si tratta di un malanno della mente, ma in certe situazioni torna utile. Chi ha detto che le allucinazioni sono sempre negative? Ho visto attori recitare la parte di quello che ha solo un’influenza passeggera fino all’ultimo giorno di vita. Gli viene naturale.

E credo che sia più vantaggioso per il sistema endocrino se uno fa finta di stare bene. Non credo che il pensiero positivo faccia miracoli. Ma sicuramente i miracoli li fa il pensiero negativo: t’ammazza velocemente! Pepe Mujica, è diventato straordinario presidente dell’Uruguay nonostante abbia trascorso sette anni in totale isolamento sensoriale. È un’esperienza in grado di distruggere una mente normale nel giro di un anno. Non puoi vedere nessuno, non parli con nessuno e non esci mai da una cella con le pareti bianche e la luce sempre accesa. Alcuni detenuti della Baader Meinhof arrivarono a ferirsi per poter sporcare di rosso il muro. Dopo sei mesi di isolamento sensoriale inizi ad avere allucinazioni e il cervello ti va rapidamente in pappa.
Mujica e altri sei militanti Tupamaro resistettero per sette anni comunicando con l’alfabeto morse le loro scoperte sulla possibilità di governare le allucinazioni, renderle il più possibile realistiche, piacevoli e appassionanti. Quando uscirono uno diventò presidente, un altro un grande poeta (vedi qui tutta la storia).

L’altro grande vantaggio dell’allenamento a fingere è che di fronte a un problema ti viene facile non pensare solo a come tu dovresti reagire: ti chiedi anche cosa farebbe Amleto al tuo posto, ti metti nei panni di Arlecchino e poi provi a pensare anche come Brighella. E questo aumenta la quantità di ipotesi comportamentali che ti vengono in mente. Inoltre, hai maggiori capacità di metterti nei panni degli altri, il che è utile per affrontare i conflitti.

Ma Monica Salvi sostiene anche una terza possibilità: potrebbe esistere una relazione tra la varietà dei ruoli che una persona vive e la resilienza del cervello a malanni degenerativi come l’Alzheimer. Per questo i malati ottengono benefici dall’intraprendere nuove attività, come coltivare ortaggi o recitare. E la Salvi si spinge oltre, sforando nella filosofia pesante: se è vero che l’attore recitando acquisisce maggiore elasticità nell’affrontare i problemi, perché ha più ipotesi comportamentali in testa, questo amplifica la sua vita?

Cioè, è più probabile che afferri miracolosamente alcune occasioni al volo o che finisca a vivere coincidenze incredibili? Ammesso che questo sia positivo e non un disastro pazzesco, sarebbe una relazione di causa ed effetto interessante. Siccome sono abituato a fingere sul palcoscenico, interpretando diversi personaggi, nella vita reale sono predisposto a fare scelte diversificate, quindi aumento la probabilità di incontrare situazioni e persone fuori dal mio ambito, gente che vive in altri schemi comportamentali. Come dire che vivo buttando reti in acque diverse.

In pratica, non sei uno che vede sempre la stessa gente, frequenta sempre gli stessi posti. E non hai un comportamento prevedibile e questo ti porta magari ad avere più probabilità di incontrare anche persone imprevedibili (magari esiste veramente un’attrazione tra gli affini). E questo potrebbe spiegare perché mediamente agli attori succedono molte storie improbabili.
Quando uno viene da una famiglia dove nonni, zie e cugini sono tutti attori ti viene il sospetto che ci sia qualche cosa di assurdo negli eventi che ti trovi a osservare.
Mi sono sempre chiesto come mai nella mia famiglia continuassero a succedere tutte queste storie strampalate. A volte ho addirittura sospettato che lo facessero apposta ad andare in giro a cercare di cacciarsi in situazioni assurde per il solo gusto di raccontarle, poi. Il che non è detto che sia un bene. Sicuramente è più difficile annoiarsi. Che è la cosa che a me fa più paura della vita. Ma forse è una cavolata che viene in testa a noi attori.

E ogni tanto un dubbio mi viene…