Addio alla scuola media. O almeno addio a questo ciclo di tre anni dopo le elementari. La proposta arriva dalla sottosegretaria all’Istruzione Angela D’Onghia. La senatrice non la dice esattamente in questo modo ma la sostanza non cambia: “Dobbiamo avere un ciclo di studi di sette anni dopo la primaria ma la rimodulazione va fatta a partire dalla scuola secondaria di primo grado. È necessario iniziare a parlare di un settennato posteriore alla primaria. Dopotutto ce lo chiede l’Europa di realizzare un unico segmento di scuola secondaria di sette anni”.

La rivoluzionaria idea destinata senz’altro a far discutere è nata all’indomani dell’avvio della sperimentazione a livello nazionale del diploma in quattro anni alle scuole superiori. Da domani gli istituti che si candideranno potranno presentare la domanda al ministero e cento di loro saranno ammessi. Un’apposita commissione fino al 30 settembre valuterà le proposte che dovranno distinguersi per un elevato livello di innovazione, in particolare per quanto riguarda l’articolazione e la rimodulazione del piano di studio, per l’utilizzo delle tecnologie e delle attività laboratoriali nella didattica, per l’uso della metodologia Clil, per i processi di continuità e orientamento con la scuola secondaria di primo grado e con il mondo del lavoro.

“La sperimentazione del diploma in quattro anni – spiega la sottosegretaria – può aiutare gli studenti ad affrontare meglio le sfide del mercato del lavoro sempre più dinamico e specializzato. Ma perché non esaminare l’intero percorso scolastico degli otto anni rimodulandolo nella sua interezza e semmai modificando il ciclo di studi delle scuole medie da tre a due anni?”.

Angela D’Onghia ha chiara in testa questa nuova organizzazione: vorrebbe un due più due più tre anni di specializzazione dedicati ad hoc a chi va all’università o a chi si immetterà nel mondo del lavoro. Una risposta concreta a chi da anni lancia appelli sulle fragilità della scuola secondaria di primo grado: “Dal mondo della scuola arriva questa voce: le medie sono l’anello più debole. Sono fondamentali ma vanno rivisitate e avviate verso un percorso unico”.

E a chi alza gli scudi preannunciando meno cattedre e posti Ata proprio a causa di questa rimodulazione la senatrice risponde: “Nessun taglio dei posti di lavoro. Anzi, avremo bisogno di avere sempre più docenti. Il nuovo modo di formare non sarà legato all’età dei ragazzi ma ai cicli ma alla vita di ciascun alunno. Non si tratta solo di risparmiare ma piuttosto di un investimento serio e innovativo. Quello che conta è la qualità della formazione che dev’essere continuativa. La riforma dell’abbreviazione del ciclo scolastico non è un’idea nuova nel nostro Paese. Alcuni tentativi di riordinare il sistema sono stati effettuati dai Governi precedenti. Ma oggi con le profonde trasformazioni di questi ultimi anni non si può più rinviare di progettare un percorso educativo innovativo che è allo stesso tempo una scommessa che abbiamo il dovere di cogliere”.