Lo scandalo delle emissioni truccate da parte delle case automobilistiche sta scuotendo il mondo politico tedesco e sta facendo emergere i problemi del suo capitalismo. Porte girevoli, collusione da parte di politici di grande rilievo e atteggiamento blando da parte del governo, potrebbero rivelarsi fondamentali al momento della scelta del nuovo cancelliere tra meno di due mesi.

Il tutto parte dalla scoperta, nell’ottobre del 2015, di un software che permette di truccare le emissioni delle auto Volkswagen e che nel luglio 2017 si allarga a tutte le case automobilistiche tedesche. A questo si aggiunge un presunto cartello costituito dai principali costruttori. Un’intesa per mantenere alti i prezzi dei veicoli in conflitto con le leggi sulla concorrenza di Bruxelles e su cui la Commissione europea sta indagando. Nell’arco di due anni lo scandalo si è allargato a macchia d’olio e sta portando alla luce i punti deboli di un’industria legata a doppio filo alla politica. In un Paese che da un lato promuove la normativa anti inquinamento, dall’altro è fin troppo indulgente con le proprie industrie automobilistiche che non rispettano gli standard europei.

In seguito all’allargamento dello scandalo, il governo ha deciso di organizzare un incontro con le grandi case automobilistiche, Daimler, Volkswagen, Porsche, BMW e Audi, per trovare una soluzione e scongiurare un possibile blocco dei veicoli con propulsore Diesel non a norma e che non rispettano le normative europee. Il risultato del summit, tenutosi la scorsa settimana, è stato un accordo che permetterà ai grandi produttori di auto di poter aggiornare il software di 5 milioni di veicoli e di contribuire ad un fondo per i trasporti che miri a ridurre le emissioni inquinanti. L’esito ha lasciato a bocca aperta le associazioni di consumatori che innanzitutto non sono state invitate e, in seconda battuta, si sono lamentate con il governo per la misura che comunque non riporterà le emissioni ai livelli prestabiliti dalla legge.

Le iniziative del governo arrivano dopo che l’ombra dello scandalo ha iniziato a travolgere alcuni esponenti politici. Negli ultimi giorni il primo ministro della Bassa Sassonia in carica, Stephan Weil della Spd, si è dimesso in seguito alla perdita della maggioranza, formata da Verdi e Socialdemocratici, nel parlamento del Land. Il politico si è ritrovato in minoranza in seguito alla defezione di un parlamentare verde profondamente critico nei confronti del presidente del Land incappato in uno scandalo che riguarda la sua presenza nel board di Volkswagen. Durante lo scoppio dello scandalo nel 2015, ha rivelato la stampa tedesca, Weil ha permesso che i suoi discorsi venissero corretti dall’azienda di Wolfsburg e si è espresso in maniera molto mite nei confronti dell’azienda. Il fatto è ancora più importante in quanto il Land è proprietario del 20% delle azioni di Volkswagen.

Ma se da questo scandalo la Spd non esce pulita, il partito di Angela Merkel non è da meno. Infatti Eckart Von Klaeden, politico conservatore che ha lavorato nel ristretto circolo di potere della cancelliera fino al 2013 ed è poi passato al settore delle pubbliche relazioni di Daimler, avrebbe influenzato la decisione del governo di Berlino nel periodo in cui a Bruxelles si decidevano le nuove regole in merito ai test sulle vetture diesel. Von Klaeden avrebbe sfruttato i propri contatti affinché il governo tedesco adottasse una politica differente in Europa. Era l’ottobre 2015 e si discuteva del sistema RDE (Real Driving Emission), che richiedeva che le auto prima dell’omologazione andassero testate su strada per verificarne le emissioni. In seguito a questi contatti, il governo tedesco cambiò posizione.

Altro caso emblematico è quello di Matthias Wissmann, ministro dei Trasporti ai tempi in cui Angela Merkel era al dipartimento per l’ambiente, passato poi alla presidenza della Vda, l’associazione automobilistica tedesca. Lo stesso si può dire di Thoms Steg, vice-portavoce del governo per 7 anni poi passato a Volkswagen svolgendo la posizione di lobbista. Tutte queste connessioni dimostrano che il capitalismo tedesco si nutre e si è nutrito di un sistema di porte girevoli e di un forte legame tra lo stato tedesco e la sua industria più prolifica, grazie ad una politica piuttosto consenziente, spesso elusiva dello stato di diritto.

Quello che emerge è chiaramente un atteggiamento corporativo da parte dei produttori tedeschi, che per anni hanno truccato i dati sui gas di scarico avvelenando l’aria non solo in Germania, ma in tutta Europa, potendo godere di un regime speciale da parte del governo tedesco. A questo punto c’è da chiedersi quali saranno le conseguenze politiche di questo scandalo. Sembra chiaro che entrambi i maggiori partiti siano stati toccati in un modo o nell’altro: Spd in Bassa Sassonia, dove le elezioni anticipate si terranno ad ottobre, Cdu con i vari contatti e i vari passaggi dal governo all’industria privata.

I sondaggi sembrano non essere mutati, nonostante il 72,8% dei cittadini, secondo un sondaggio del quotidiano Die Welt, sia a favore di misure più dure nei confronti delle case automobilistiche. La Cdu di Angela Merkel si attesta ormai al 40% dei consensi, con un distacco di 17 punti percentuali dalla Spd di Martin Schulz, che ha perso definitivamente lo slancio ricevuto a febbraio e sembra non trovare la giusta strategia per una rimonta ormai insperata. Stabili tutti gli altri partiti, anche i Verdi, che con il proprio leader, Cem Ozdemir, hanno provato a lanciare un’invettiva contro la politica collusa con l’industria dell’auto e che potrebbero effettivamente guadagnare da questa situazione. Molto dipenderà da come evolverà lo scandalo e cosa emergerà prima del 24 settembre, giorno in cui si terranno le elezioni.

Certo è che, alla luce di questi fatti, l’immagine, sia dell’industria tedesca che del governo, non esce così pulita e, che i richiami di Angela Merkel al G20 per trovare un accordo sul clima e le sue critiche contro Donald Trump iniziano a sembrare poco più che uno spot.