Gentile dottor Chiesa,
Mi trovo a riscriverle perché non riesco proprio a comprendere il suo entusiasmo per questi movimenti nazionalistici (…) di sicuro non vedo nei movimenti nazionalistici la soluzione. Anzi a ben vedere rappresentano tutti un ritorno al passato che storicamente non ha mai funzionato. Lei (e molti altri) insiste sul fatto che destra e sinistra non esistono più e che adesso la vera dicotomia sia tra nazionalisti e globalisti (…). Ora, personalmente mi trovo solo parzialmente d’accordo con la sua analisi. Quello su cui mi permetto di dissentire fortemente è sulla sua idea che i “nuovi” movimenti nazionalisti siano al di sopra della dicotomia destra-sinistra. (…) Mi sembra che lei guardi con simpatia a questi movimenti, mentre io penso che rappresentino una cura peggiore del male stesso. (…) Non stupisce infatti che nessun movimento nazionalista abbia una soluzione (…). Visto che credo che entrambi proveniamo da un background di sinistra, vorrei capire come faccia a non vedere questi fattori macroscopici. Solo che il ritorno che lei sembrerebbe augurarsi è del tutto inadeguato a rispondere alle sfide dei prossimi decenni. Potrebbe dirmi cosa ne pensa di DIEM25 di Varoufakis che a me sembra l’unica opzione con un minimo di senso nel panorama europeo contemporaneo. Certo resta il fatto che sembra essere un movimento culturalmente elitario e non ancora in grado di parlare alle masse, nondimeno a me sembra che quella sia la direzione giusta: un movimento europeista democratico e di sinistra. La ringrazio e le auguro buon lavoro. Distinti saluti, 

Giovanni Fini

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Gentile signor Fini,
la sua lettera è molto interessante perché mi consente di affrontare questioni che spesso sono fonte di equivoci sia terminologici che politici.

Lei esordisce attribuendomi, sconcertato, un mio “entusiasmo” per i “movimenti nazionalistici” che non mi risulta di avere mai espresso. Infatti io non ho mai pensato che essi rappresentino la soluzione dei problemi della nostra epoca. Né io penso che “la vera dicotomia sia tra nazionalisti e globalisti”. Io ragiono invece così: che tutti questi numerosi e distinti movimenti stanno sorgendo e moltiplicandosi come risposta alla globalizzazione americana o occidentale che dir si voglia. Sono la risposta spontanea, irriflessa, difensiva. Come tali essi sono il sintomo di una crisi profondissima delle società industriali cosiddette “avanzate”. E la loro azione, come lei scrive, sta infliggendo colpi durissimi, inattesi, alle classi dominanti dell’Occidente. Io plaudo a questi colpi, che ritengo salutari. Ma non posso essere entusiasta di ciò perché vedo, come lei, che chi prende la guida di questi movimenti sono spesso (non sempre) forze che non hanno a loro volta una visione della crisi, che guardano indietro (come lei giustamente rileva) anche perché non sanno cosa c’è davanti.

Il problema, uno dei problemi, è che la “sinistra”, tutte le miriadi di “sinistre” che conosciamo, non esistono più in forma di progetto. Esistono in quanto sono residuati storici, qualche volta semplicemente nostalgici, ma hanno perduto, agli occhi delle grandi masse popolari, ogni connotazione alternativa alla globalizzazione imperiale. L’hanno sposata senza condizioni, la appoggiano mentre organizza le guerre. E anche le sinistre più sinistre sono prive di ogni programma del presente, impegnate a recitare giaculatorie del passato che nessuno capisce. Non esiste più un’analisi di classe dell’epoca della sparizione delle classi così come le si intendeva nel secolo scorso. Non esiste più alcuna capacità dunque, di individuare le forze di un cambiamento possibile. E senza una tale capacità non c’è più alcun cambiamento possibile. Dunque la constatazione della sparizione della sinistra come alternativa alla globalizzazione fa sì che l’alternativa sia quasi dovunque di “destra”. Ma anch’essa, a ben vedere, non ha nulla in comune con quella della destra tradizionale, quella del XX secolo, anch’essa fagocitata dalla globalizzazione.

Dunque la mia posizione è molto diversa da quella che lei mi attribuisce. Anche per quanto concerne il discorso sulla fine della dicotomia destra-sinistra. La sinistra ha accolto la globalizzazione occidentale come il proprio orizzonte. E, con questo, ha finito di essere alternativa a quell’orizzonte. La destra politica che vediamo in Europa e negli Stati Uniti è anch’essa tutta all’interno di quell’orizzonte. Invocare una alternativa di sinistra in questo contesto equivale a una catastrofica illusione. Occorre una alternativa diversa rispetto a quel dualismo ormai morto. Come diceva molto bene Gore Vidal la democrazia occidentale è come un uccello con due ali, entrambe destre.

Io penso che occorre trovare le forze per sconfiggere la globalizzazione. E, quando mi pongo questo compito, penso al mondo, non all’Italia dove, molto probabilmente, queste forze non esistono più. Queste forze, dove esistono, sono tutte basate sul concetto, sull’idea di “nazione”. Si difendono, per ora, con la loro tradizione, con la loro lingua, la loro cultura, i loro strumenti finanziari (dove non ci sono più li stanno creando, come fa la Cina e la Russia, per esempio). Queste forze nazionali sono dei giganti. È ad esse che dobbiamo ispirarci e con esse dobbiamo stabilire rapporti.

Io penso che queste idee, accompagnate dalla difesa della propria sovranità, siano le uniche possibili per una difesa strategica contro la globalizzazione imperiale. Ho visto con i miei occhi la ricostruzione di una Russia, già soggiogata e colonizzata, mediante queste idee. L’idea di nazione non può essere mescolata con quella di nazionalismo che, come lei coglie, giustamente, è regressiva. Esiste un’idea di nazione che è, invece, una forza motrice per la salvaguardia dello stato nazionale. Per la salvaguardia delle istituzioni democratiche nazionali, le uniche dove i popoli possono decidere sovranamente. Quindi come opposizione a una globalizzazione, a un “internazionalismo”, che puntano alla disgregazione degli Stati, a una perdita totale della fisionomia delle diverse civiltà, a una omologazione totale.

Il globalismo della sinistra è la versione attuale, stravolta, dell’ “internazionalismo proletario” della sinistra. Poiché non esiste più il proletariato (non esiste più come coscienza di sé, né come organizzazione), questo internazionalismo è ora globalismo imperiale allo stato puro: “Un catafalco ideologico radical-chic-human rights-buonista-we can”. Non per niente le uniche idee che la sinistra propaganda sono i “diritti umani” nella versione imperiale.

Per quanto concerne DIEM25 di Varoufakis, trovo che sia totalmente all’interno di questo schema “internazionalista” di sinistra. Non c’è una parola sulla Nato, sulla guerra, sulla sovranità europea rispetto alla capitale imperiale, sulla sovranità degli stati europei all’interno di un’Europa democratica. Non andrà da nessuna parte. Quelli che stanno sopra non sono di destra, o di sinistra: sono dei dementi che ci portano al suicidio. Questa è la mia linea di demarcazione. Io sono “di sotto”, e penso di dover aiutare le masse popolari a rovesciare, finché siamo in tempo, quelli che stanno “di sopra”.

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