La piazza e il presidente della Repubblica Andrzej Duda hanno bloccato la riforma della giustizia in Polonia. Il provvedimento, voluto dal leader della maggioranza Jaroslaw Kaczynski, di fatto avrebbe annullato la separazione dei poteri: approvato dal Senato nella notte tra il 21 e il 22 luglio, imponeva il controllo dell’esecutivo sulla nomina dei giudici della Corte suprema, consentendogli di “mandare in pensione” e sostituire quelli attualmente in carica. Contro il provvedimento si era schierata anche l’Unione europea, dicendo che stava minacciando lo stato di diritto: “Noi abbiamo fatto un’offerta di dialogo strutturato alle autorità polacche ma è rimasta ancora senza risposta”, ha detto il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas.

Dopo otto giorni di folla nelle piazze, con migliaia di persone a invocare la resistenza e a chiedere lo stop della più alta carica dello Stato, a sorpresa è arrivato il messaggio in tv: “Ho deciso che rimanderò il testo alla Camera bassa del Parlamento, il che significa che porrò il veto alle misure sulla Corte suprema e sul Consiglio nazionale della magistratura”. La contestata riforma avrebbe messo la Corte suprema sotto controllo politico del partito al governo, dando al ministro della Giustizia (che è anche procuratore generale) il potere di nominare 15 sui 25 suoi giudici. E’ esclusa dal veto la misura che prevede l’esecutivo nomini i magistrati dei tribunali regionali e d’appello. “Questa legge – ha detto Duda – non rafforzerà il sentimento di giustizia nella società. Queste leggi vanno riviste”. Il presidente ha chiesto così che le norme siano modificate perché siano condivise dalla maggioranza della popolazione.

La decisione del presidente, sinora legato al partito conservatore al governo Diritto e giustizia (PiS) e allineato alle politiche dell’esecutivo, è arrivata a sorpresa. Il ministro dello Sviluppo economico, Mateusz Morawiecki, si è definito “deluso e sbigottito”. Le misure erano state approvate grazie alla maggioranza del partito al governo in entrambe le Camere, ignorando le continue massicce proteste dei cittadini in numerose città e le minacce delle istituzioni europee. Il 19 luglio, Bruxelles aveva dato un ultimatum a Varsavia perché fermasse il progetto, minacciando di applicare l’articolo 7 del Trattato Ue, che regola la risposta a una situazione in cui uno Stato membro dell’Unione europea violi principi come lo stato di diritto e la democrazia. La Polonia rischiava così di perdere il diritto di voto in Consiglio. Il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, aveva affermato: “Con queste riforme, i giudici saranno usati dai leader politici e dipenderanno da loro”. La portavoce parlamentare del partito d’opposizione Nowoczesna ha esultato affermando che la decisione di Duda allontana il Paese “dall’abisso” e per ora “evita che la Polonia si trasformi in uno Stato senza democrazia in stile occidentale, senza separazione dei poteri, senza indipendenza dei tribunali e sulla via dell’uscita dall’Ue”. La premier Beata Szydlo, intanto, ha incontrato alla sede del partito i vertici del movimento, tra cui il leader ed ex premier Jaroslaw Kaczynski.

Duda ha spiegato che il suo ufficio non è stato consultato prima dell’approvazione in aula e contestando anche che, secondo le nuove leggi, i giudici dovrebbero essere indicati dal ministro della Giustizia, che copre già la carica di procuratore generale. Il presidente ha precisato che il suo ufficio preparerà un nuovo progetto di legge in due mesi. A lui si erano rivolte decine di migliaia di manifestanti, in piazza da venerdì sera davanti al palazzo presidenziale e poi in 50 città della Polonia: “Vogliamo un veto”, urlavano i dimostranti. Duda aveva acconsentito ad accogliere la richiesta del presidente della Corte Suprema, Malgorzata Gersdorf, di discutere della riforma.

Oggi l’annuncio ufficiale: hanno avuto ragione i cittadini, guidati anche dal premio Nobel ed ex presidente Lech Walesa. Nel comunicare il suo veto, Duda ha fatto appello alla pace sociale: “Lo Stato dove regna l’inquietudine e dove è in corso la guerra politica non si può sviluppare” per poi aggiungere “il potere si può rifiutare alle elezioni e non sulle strade”.