Il pm Nino Di Matteo che accetta un incarico da ministro dell’Interno in un possibile governo guidato dal Movimento 5 Stelle. È il retroscena pubblicato da qualche giorno fa da alcuni quotidiani, subito smentito direttamente da Beppe Grillo con un post sul blog. Adesso però sull’argomento interviene il diretto interessato. E lo fa senza chiudere a priori a un suo possibile impegno politico. “Per quanto riguarda il mio futuro non escludo nulla“, dice all’agenzia Adnkronos il magistrato palermitano, che da poco meno di un mese è stato nominato sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia.

E visto che il pm simbolo del processo sulla Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra continua ad essere applicato al procedimento in corso davanti alla corte d’assise di Palermo, ci tiene a sottolineare due particolari: accetterebbe un incarico di governo ma solo dopo la conclusione del dibattimento sul Patto Stato – mafia.  E alla fine dell’impegno in politica non tornerebbe a vestire la toga. “Voglio precisare – dice Di Matteo –  che porterò a termine il mio impegno nel processo sulla trattativa Stato-mafia e che, se dovessi essere, in futuro, chiamato a servire il paese, con l’assunzione di un incarico politico, al termine di quell’esperienza non tornerei in magistratura”.  Il processo Trattativa è cominciato nel 2012: alla sbarra ci sono  politici come Nicola Mancino, ex ufficiali dei carabinieri come il generale Mario Mori e il generale Antonio Subranni,  boss mafiosi come Totò Riina e Leoluca Bagarella. I testi da sentire in aula sono già terminati e all’inizio dell’autunno dovrebbe iniziare la requisitoria: secondo le previsioni la sentenza dovrebbe arrivare tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018. Prima dunque delle elezioni politiche che si prevedono per la primavera del 2018.

Per la verità Di Matteo aveva già dimostrato segnali di apertura nei confronti di un suo impegno in politica qualche settimana fa. Partecipando ad un convegno organizzato proprio dal Movimento 5 Stelle alla Camera dei deputati, il magistrato aveva detto: “L’eventuale impegno politico di un pm non mi scandalizza ma penso che un eventuale scelta di questo tipo debba essere fatta in maniera definitiva e irreversibile, ovvero è incompatibile con la pretesa poi di tornare a fare il giudice”. Una posizione, quella di Di Matteo, che non era stata condivisa da altri due magistrati presenti allo stesso convegno: Raffaele Cantone e Pier Camillo Davigo. “Ho dato dimostrazione nella vita che non sono interessato alla politica ma ai politici che rubano. E ritengo che i magistrati non siano capaci di fare politica, sono abituati alle guarentigie che li riparano dalle opinioni, non sono capaci di gestire il consenso. Il ministro della Giustizia? Non lo farò“,aveva detto l’ex presidente dell’Anm. Per il presidente dell’Anac, invece, “i magistrati spesso non hanno le caratteristiche adatte per fare politica. La prova provata è abbastanza netta, ma ci sono eccezioni”.