Perentorio, aggressivo e sfrontato Valerio Morucci: “Presidente, non gradisco” disse a più riprese rivolto a Beppe Fioroni. Calma e disponibile lei, Adriana Faranda, ex compagna di Morucci e soprattutto – come lui – componente della colonna romana delle Brigate Rosse che rapirono e uccisero il presidente della Dc, Aldo Moro. Furono entrambi condannati a trent’anni, ma lei fu la promotrice del movimento della dissociazione, grazie alla quale beneficiò di uno sconto di pena: ora è un’apprezzata fotografa. L’audizione alla commissione Moro della “signora delle Br” era attesa da tempo. In due ore ha ricostruito diversi passaggi. Le Brigate Rosse, per esempio, non volevano uccidere Moro, ma l’esecutivo brigatista decise che non si poteva fare altro in “assenza di segnali“, anche se il mondo intero si era mosso per implorare la liberazione del presidente della Dc: da Papa Paolo VI a Fidel Castro, da Arafat al segretario generale dell’Onu fino alla Democrazia Cristiana che avrebbe annunciato l’abbandono del fronte della fermezza la mattina del 9 maggio, il giorno dell’assassinio.

Racconta la Faranda: “Con Lanfranco Pace (mediatore nei contatti con i socialisti, ndr) più che una trattativa fu un dialogo, visto che nessuno di noi poteva decidere. Ci vedevamo nei luoghi pubblici: come ci trovava lui, potevano trovarci anche le forze dell’ordine”. La domanda non va posta alla Faranda, dunque, ma certamente non ci fu un’azione investigativa degna di questo nome: i due postini delle Br, lei e Morucci, giravano la città e frequentavano i locali di sempre, mentre Claudio Signorile, alto esponente socialista, aveva informato il comandante dei carabinieri dei contatti in corso. Insomma, fa notare il presidente della commissione Beppe Fioroni, “non vi hanno voluto prendere”. Continua l’ex brigatista: “Eravamo ragazzi sprovveduti, mediamente intelligenti che avevano fatto una cosa di cui non avevano capito le conseguenze”. Insomma: “Speravamo che Moro fosse in grado di rompere il fronte della fermezza”. La Faranda – senza tradire emozioni, composta, disponibile – tiene a dare l’idea di un gruppo di ingenui che giocavano alla rivoluzione. E forse per molti era davvero così.

Fioroni fa la domanda che forse lei più di tutte si aspetta e alla quale si è più preparata: “Che ci dice della lista di nomi, quell’elenco di circa 90 persone, nomi in codice ed indirizzi di brigatisti noti (tra cui quello di Moretti) e di persone contigue all’area sovversiva, ritrovato nell’appartamento che ospitava lei e Valerio Morucci?”. Quando Fioroni fece la stesse domanda a Morucci questi vacillò, si capì perfettamente che era un colpo basso, negò che quei fogli fossero suoi, disse addirittura di non conoscerne l’esistenza anche se erano allegati, come corpi di reato, all’ordinanza del suo arresto. La Faranda, invece, coglie al volo: “Sì, presidente gliela spiego io! Avessi buttato quella lista allora, per non sentire queste domande oggi! Si trattata di un elenco ritrovato in un commissariato da alcuni compagni che lo diedero a me, Valerio non ne sapeva proprio niente!”. Risolto il nodo. Morucci disse di non aver mai visto quella lista e che forse era nell’appartamento di Giuliana Conforto, che ospitava lui e la Faranda, e nel quale furono arrestati il 29 maggio del 1979, ma non era sua. Morucci si era innervosito molto, tanto da arrivare a rispondere a Fioroni, a più riprese, con “Non gradisco questa domanda”.

Oggi la Faranda vanifica la fonte di prova di una possibile trattativa intavolata per la loro resa in cambio dei loro compagni, scenario dato per certo da fonti della commissione Moro, nel quale avrebbe coinvolto Umberto Federico D’Amato, capo dei servizi segreti interni dal 1961 al 1974.  Un patteggiamento che sarebbe stato gestito dalla Squadra Mobile di Roma e avrebbe portato alla verità “taroccata” del Memoriale, firmato da Morucci e Faranda, che consentì al primo di essere presto libero, attivo interlocutore anche di uomini delle istituzioni: ha lavorato per esempio per la G Risk, società di intelligence e sicurezza amministrata dall’ex capo del Ros Mario Mori, come rivelarono tempo fa Emiliano Liuzzi e Marco Lillo sul Fatto. Sarà in grado ora la Commissione parlamentare di tornare alla carica? Vedremo, se fino ad ora non era chiaro, la partita è aperta, e diversi sono i giocatori in campo.