I suoi beni sono finiti all’asta a prezzi stracciati. Con un ribasso dell’86% rispetto al valore stimato cinque anni fa, quando sono stati pignorati alla società immobiliare di cui è titolare, Sezione Aurea. Per questo Paolo Pescali, architetto e imprenditore attivo in Lombardia, ha protestato davanti al tribunale di Pavia con due cartelloni appesi al collo: “Mi sono trasformato in uomo sandwich per denunciare l’assurdità di una procedura che ha portato a una svendita inutile. Il ricavato, infatti, andrà per metà a soddisfare solo una minima parte del debito e per metà a coprire le spese delle aste andate deserte sino a oggi”.

Quello andato in scena mercoledì 5 luglio è stato il settimo tentativo di vendere tre lotti di una proprietà a sud di Milano su cui anni fa Sezione Aurea ha sviluppato un progetto immobiliare. “A causa della crisi del settore, gli edifici progettati non sono stati più realizzati – spiega Pescali -. E quando mi sono rivolto alle banche per ottenere una proroga dei finanziamenti in modo da avere il tempo di rivedere il progetto rendendolo sostenibile da un punto di vista economico, ho ricevuto un rifiuto”. A quel punto a causa di un debito di 764mila euro, Sezione Aurea, società ancora operativa, ha subito il pignoramento tra le altre cose delle proprietà oggetto del progetto, per un valore stimato in 575mila euro. Ma le prime cinque aste, bandite negli ultimi quattro anni, sono andate deserte, sebbene il prezzo base sia stato di volta in volta ridotto. Per questo l’anno scorso Pescali ha chiesto al giudice dell’esecuzione di disporre la chiusura anticipata della procedura “in ragione della irragionevolezza, ingiustizia ed inaccettabilità del prezzo di vendita determinatosi a seguito di inutili esperimenti di gara”.

“Tale soluzione – dice l’imprenditore – non avrebbe impedito di rimettere i beni sul mercato o all’asta fra un paio d’anni, a un prezzo migliore”. Ma i due principali creditori, Banco Popolare e Banca Popolare di Bergamo – Ubi Banca, si sono opposti e il giudice dell’esecuzione ha assecondato la loro posizione. Contro la decisione Pescali ha presentato ricorso al giudice ordinario: “L’udienza però è stata rinviata per ben tre volte e si terrà solo il prossimo ottobre. Troppo tardi”. Così lo scorso novembre si è arrivati alla sesta asta, in cui è stato venduto un solo lotto per 22mila euro. Dopo di che i tre rimanenti lotti sono stati messi nuovamente a gara: base d’asta 80mila euro, ma con la possibilità di presentare offerte non inferiori a 60mila. “E questa volta l’acquirente si è presentato. Anzi la nuova gara è stata bandita proprio su richiesta del curatore, dopo il ricevimento di una manifestazione di interessi”. Un non senso, secondo Pescali: “Dalla vendita dei beni si incasseranno poco più di 80mila euro, il 14% del valore originario. Le banche rientreranno in minima parte dei loro crediti. Ma il loro interesse al momento è solo quello di togliere dal bilancio una parte delle sofferenze. E in seguito si rivarranno su altri beni della società”. Una situazione “assurda” di cui l’architetto ritiene di non essere una vittima isolata: “Quello dei beni messi all’asta a prezzi stracciati dopo plurimi ribassi è un problema gigantesco a cui devono fare fronte molti altri imprenditori”. E non solo.

@gigi_gno