Una lettera di tre pagine indirizzata direttamente alla presidente della Camera dei Deputati per lanciare l’ennesimo allarme: la nuova legge che introduce il reato di tortura è scritta in modo tale da essere inapplicabile al massimo esempio di tortura di massa avvenuto nel nostro Paese, e cioè il G8 di Genova nel 2001 Nel giorno in cui a Montecitorio approda il ddl licenziato tra le polemiche dal Senato lo scorso 17 maggio, sul tavolo di Laura Boldrini arriva una missiva con  undici firme pesanti. Autori di quella lettera, infatti, sono i magistrati, sia inquirenti che giudicanti, titolari dei processi sull’irruzione alla scuola Diaz e sui fatti avvenuti alla caserma di Bolzaneto.

“Sentiamo il dovere di richiamare l’attenzione dei deputati impegnati nella discussione del disegno di legge già approvato dal Senato il 17 maggio 2017, del Presidente della Camera e dei Parlamentari tutti sulla grave contraddizione che potrebbe crearsi tra la concreta applicazione del testo normativo su cui si è realizzato un largo accordo politico parlamentare e lo scopo della legge: adempiere finalmente agli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali“, scrivono giudici e pm facendo più volte riferimento all’ultima sentenza della Corte europea dei diritti umani.

Solo quattro giorni fa, infatti, la Cedu ha condannato ancora una volta l’Italia per gli atti di tortura commessi dalle forze dell’ ordine nella notte tra il 20 e 21 luglio 2001 nella scuola Diaz, durante il G8 di Genova. A presentare ricorso erano state 42 persone, 29 delle quali hanno ottenuto indennizzi che variano tra i 45 e 55 mila euro. I giudici di Strasburgo hanno anche condannato l’Italia per non aver punito in modo adeguato i responsabili: una sentenza molto simile a quella pronunciata nel 2015 sul caso Cestaro, nella quale si chiedeva al nostro Paese di introdurre il reato di tortura. E proprio del disegno di legge approdato ora a Montecitorio parlava un’altra lettera, arrivata alle autorità italiane la settimana scorsa. A spedirla era stato il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, che ha preso carta e penna per esprimere le sue preoccupazioni sul testo di legge all’esame del Parlamento italiano. Un’iniziativa inedita e per molti versi eccezionale, visto che un commissario del Consiglio d’Europa non si esprime mai sull’attività legislativa degli Stati membri. Lo stesso si può dire per i magistrati di un intero distretto – in questo caso quello di Genova – che molto raramente sono intervenuti in blocco sull’attività parlamentare in corso.

Questa volta, invece, a pochi giorni dalla lettera di Muiznieks ecco che giudici e pm hanno scritto alla Boldrini per passare in rassegna i vari punti critici del ddl all’esame del Parlamento. “Le critiche alla legge in discussione – scrivono –  ribadite da ultimo in una lettera indirizzata ai parlamentari dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, non ci sembrano frutto di dissertazioni astratte né di speculazioni teoriche perché trovano un concreto e tangibile riscontro nella nostra diretta esperienza di magistrati. È infatti indiscutibile: che alcune delle più gravi condotte accertate nei processi di cui si tratta siano state realizzate con unica azione”. La legge in discussione, invece, prevede che per esserci tortura il fatto debba essere “commesso mediante più condotte“.

Ma non solo. Perché i magistrati fanno notare anche altro.”La necessità, imposta dalla norma, di inquadrare la relazione tra l’autore e la vittima (quest’ultima deve essere privata della libertà personale; oppure affidata alla custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza dell’autore del reato; ovvero trovarsi in condizioni di minorata difesa) è conseguenza della scelta di configurare la tortura come un reato comune, ma esclude dall’ambito operativo della fattispecie molte delle situazioni in cui si sono trovate le vittime dell’irruzione nella scuola Diaz che non erano sottoposte a privazione della libertà personale da parte delle forze di Polizia e non si trovavano in una situazione necessariamente riconducibile al sintagma della minorata difesa”, scrivono nella loro lettera aperta. In pratica con la legge attualmente in discussione non si potrebbe parlare di tortura per i fatti successivi all’irruzione nella scuola genovese, perché le persone presenti all’interno in quel momento non erano state private della propria libertà.

“Se ai casi che sono stati esaminati nei processi di cui ci siamo occupati – aggiungono poi i magistrati – fosse stata applicata la normativa oggi in discussione non avremmo potuto agevolmente fare ricorso neppure a quella che pare configurarsi come una condotta alternativa: l’agire con crudeltà. Secondo l’interpretazione corrente dell’omonima aggravante comune, infatti, la crudeltà è un contenuto psichico soggettivo non facilmente ravvisabile nell’agire del pubblico ufficiale che potrebbe sempre opporre di aver operato avendo di mira finalità istituzionali. Si tratta di difficoltà interpretative già da più parti segnalate che è assolutamente necessario evitare in una materia, come quella penale, che è soggetta a stretta interpretazione e non dovrebbe lasciare un così ampio spazio alla discrezionalità giudiziale“.

Quindi ecco l’amara conclusione: “Ci pare si debba riflettere su questo paradosso: una nuova legge, volta a colmare un vuoto normativo in una materia disciplinata da convenzioni internazionali, sarebbe in concreto inapplicabile a fatti analoghi a quelli verificatisi a Genova, che sono già stati qualificati come tortura dalla Corte Europea, garante della applicazione di quelle convenzioni. Sarebbe così clamorosamente disattesa anche l’esecuzione delle sentenze di condanna già pronunciate dalla Corte Edu nei confronti dello Stato Italiano”. In pratica una legge creata dopo le condanne della Cedu all’Italia per i fatti del G8 di Genova non avrebbe alcuna utilità nei processi gli stessi fatti del G8 di Genova: un vero paradosso.