Novemila cammelli espulsi, quattromila mucche in volo, il divieto di gonfiare i palloncini con l’elio. Semmai dovessero risolverla è probabile che sulla crisi del Qatar ci facciano alla fine un film d’animazione, un cartone animato stile Galline in Fuga. Dal 5 giugno scorso, infatti il Paese del Golfo Persico si trova isolato: Egitto, Arabia Saudita, Emirati ArabiBahrein e Yemen hanno deciso chiudere le frontiere, azzerando i rapporti diplomatici con l’emirato. Il motivo? Ufficialmente i cinque Paesi accusano il Qatar di “appoggiare il terrorismo”. Una contestazione che aveva inevitabilmente coinvolto nella crisi diplomatica gli Stati Uniti d’America, con il presidente Donald Trump che aveva collezionato l’ennesima gaffe: prima su Twitter aveva bollato l’isolamento del Qatar come  “l’inizio della fine dell’orrore del terrorismo”, poi era stato costretto alla marcia indietro proponendosi per risolvere la crisi.

Le diplomazie di mezzo mondo sono al lavoro, nel frattempo però i cittadini qatarioti sono trovati in difficoltà. Intanto il Paese ha chiuso i suoi impianti di produzione di gas elio, di cui è il secondo produttore mondiale: l’unica sua frontiere terrestre, infatti, è quella con l’Arabia Saudita, che ha bloccato le esportazioni via terra del gas. Nel frattempo i medici hanno sconsigliato di usare l’elio per gonfiare i palloncini, per preservare le scorte per gli usi medici. Palloncini a parte, però, il vero dramma l’emirato lo sta vivendo a tavola.

Sì, perché il piccolo Paese guidato dall’emiro Tamim bin Hamad Al Thani sarà pure ricchissimo di petrolio e gas naturale, ma il discorso diventa più difficile quando si parla di pascoli e terreni coltivabili. Essendo essenzialmente un appezzamento di sabbia affacciato sul golfo Persico il Qatar è costretto a importare il 90% dei generi alimentari: almeno il 40% di queste merci arriva attraverso l’unica frontiera terrestre con l’Arabia saudita. O meglio arrivava visto che l’embargo imposto dagli altri Paesi ha praticamente azzerato gli approvvigionamenti.

Appena si è diffusa la notizia della chiusura delle frontiere, infatti, molti qatarioti si sono precipitati nei supermercati per fare scorte di cibo. “Non ho mai visto niente di simile, persone con carrelli pieni di cibo e acqua”, raccontava a Doha News un testimone in un supermercato Carrefour. Da allora però sono passate tre settimane e i supermercati hanno cominciato ad esaurire le scorte. Poco male però. L’Emirato, infatti, ha aprire nuove rotte commerciali, marine e aeree. Finora 105 aerei sono decollati dalla Turchia verso il Qatar con a bordo derrate alimentari, mentre proprio oggi una nave con 4.000 tonnellate di frutta e ortaggi  è salpata dal porto di Smirne.

Nel frattempo c’è chi nel piccolo Stato aguzza l’ingegno: Moutaz Al Khayyat, presidente della Power International Holding, azienda impegnata principalmente nel settore delle costruzioni, ha acquistato in Australia e Stati Uniti quattromila mucche Holstein per sopperire alla scarsità di latte. I bovini arriveranno in Qatar nel più grande trasporto simile mai visto: serviranno 60 voli  per far atterrare a Doha le vacche, un ponte aereo forse più potente di quello di Berlino, isolata dai sovietici nel 1948. Le mucche sono dirette in una nuova fattoria aperta a 50 chilometri a nord di Doha: grande come 90 campi da calcio, punta a coprire un terzo della domanda interna di latte del Qatar entro la metà luglio. Nel frattempo, però, i qatarioti hanno perso migliaia cammelli: sono stati espulsi dai territori dell’Arabia Saudita dove erano tenuti in vasti territori concessi da Riad agli allevatori del Qatar. Venivano utilizzati per la produzione di latte, di carne, ma anche per le competizioni sportive. “Non dimenticheremo mai quello che ci hanno fatto”, ha detto quasi in lacrime Mohammad Merri, dell’Associazione dei proprietari di cammelli del Qatar,  intervistato dalla televisione panaraba Al Jazira. Dopo l’espulsione, infatti, molti cammelli si sono persi, alcuni sono morti e altri ancora sono rimasti feriti. Secondo Al Jazira, sono novemila i cammelli espulsi dal territorio saudita in sole 36 ore, ma si stima che altre decine di migliaia possano subire la stessa sorte. Senza neanche la possibilità di chiedere asilo.