“Una indagine che a me ha fatto paura e orrore, che ha mortificato lo Stato di diritto e che ha umiliato la verità nel senso che la Procura non l’ha mai voluta cercare e quando questa è emersa durante il dibattimento è stata completamente ignorata”. Parola di Ippolita Naso, difensore di Massimo Carminati, nel corso dell’arringa difensiva al maxiprocesso in corso nell’aula bunker di Rebibbia. Ma secondo i pm di Roma Carminati di  quell’indagine è un protagonista. Carminati, il “nero”, il “samurai”, il “cecato”, pronto a dichiarare in aula senza tanti problemi di “essere ancora in guerra”, di non temere nulla: “Nun me ne frega niente”, versione romana del me ne frego fascista, scandita mentre in aula – nel pubblico – altri “camerati” romani ascoltavano in silenzio. Per l’accusa Carminati è il centro di quell’organizzazione da 416 bis “che parte dai pollici spezzati dietro il benzinaio di Corso Francia e arriva al sindaco della città”, un personaggio cerniera, che appartiene a più mondi, che collega organizzazioni diverse: “Ed ecco la teoria del mondo di mezzo – aveva detto il pm Giuseppe Cascini – contenuta in quella intercettazione che descrive perfettamente il ruolo di Carminati nel mondo criminale romano e di questa organizzazione nel mondo criminale romano. E se lui l’ha fatta scherzosamente alla fine conta poco”. Per l’imputato la procura ha chiesto 28 anni. 

La difesa invece ritiene  che “l’unico obiettivo della Procura era quello di difendere ostinatamente il proprio teorema accusatorio, deciso a tavolino, secondo cui a Roma c’era la mafia – ha aggiunto -. Una cosa che nessun procuratore di Roma precedente aveva mai accertato prima. Si è cercato di trovare la mafia nelle elucubrazioni di Massimo Carminati secondo un metodo di indagine deduttivo. Ed è la storia di Carminati che ancora oggi risponde di fatti per i quali è stato processato, assolto o condannato e di fatti per i quali non è mai stato neppure indagato e neppure processato”.  Durante un’udienza Carminati, detenuto al 41 bis,  aveva detto: “Io non rinnego nulla della mia vita, è stata quello che è stata, ho sempre pensato che è meglio avere un’idea sbagliata che nessuna idea. Non posso rinnegare i miei amici così faccio contento il dottor Tescaroli (uno dei pm). Lui mi può anche chiedere l’ergastolo, è un suo diritto. Io ammiro la sua cattiveria professionale ma non può farmi la morale”.

La difesa attacca l’indagine sostenendo che “la Procura ha criminalizzato la banalità e creato un mostro. C’è stato un approccio stalinista al processo: ti intercetto per quello che sei e non per quello che fai – ha proseguito l’avvocato ricordando che l’imputato è stato sotto intercettazione per tre anni, dal 2011 al giorno dell’arresto  – . In uno Stato di diritto è possibile intercettare una persona per costruire il suo circuito di relazioni? Qui non siamo in assenza di fatti-reato ma di fatti. Bastano le parole di Carminati per mettere su un processo senza che siano stati fatti riscontri. E così intercettazione dopo intercettazione siamo arrivati al ‘mondo di mezzò (“quello in cui tutti si incontrano, tra i vivi che stanno sopra e i morti che stanno sotto”, ndr), una chiacchiera da bar elevata a prova per dimostrare che c’era la mafia a Roma“, conclude il penalista.