Dopo l’ennesimo “venerdì nero” dei trasporti, puntualmente torna di attualità il tema della necessità di una nuova legge sugli scioperi. Se ne era parlato molto nel 2015, in vista dell’Expo a Milano. Sul tavolo varie ipotesi, dal referendum preventivo tra i lavoratori come in Germania, Gran Bretagna e Olanda alla necessità che a indirlo siano sigle che rappresentano la maggioranza degli iscritti tra i dipendenti dell’azienda. Poi non se ne è fatto nulla. E ieri, a due anni di distanza, l’allora premier e oggi segretario del Pd Matteo Renzi ha gridato allo “scandalo” dicendo che la pratica va “regolamentata”. Ma è stato proprio lui a bloccare “per ragioni politiche” la riforma, replica parlando con La Stampa il giuslavorista e senatore dem Pietro Ichino, firmatario di una proposta di legge ad hoc. Rincara la dose il presidente della Commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi, che al quotidiano torinese racconta: “Sei mesi prima che si tenesse il referendum costituzionale da Renzi è arrivato l’ordine di fermare tutte le proposte che potessero creare problemi. Avevo iniziato a far circolare un testo base ma nessuno ha mai risposto.”

[merde]fq2-39274[/meride]Del resto lo stesso Renzi ha ammesso: “Devo dire che nei mille giorni non abbiamo regolamentato il diritto di sciopero per evitare che le piccole sigle mettano in ginocchio il Paese, di solito di venerdì. Sul diritto di sciopero nessuna discussione ma sul fatto che si potesse regolamentare meglio, potevamo fare qualcosa di più”. Dopo i disagi di venerdì il nuovo garante per gli scioperi Giuseppe Santoro Passarelli ha ricordato che “è necessario l’intervento del legislatore, perché l’ultima modifica è stata quella del 2000 e oggi siamo nel 2017” e ora “la legge avrebbe bisogno di un restyling”. Dal canto suo il ministro dei Trasporti Graziano Delrio si è detto “prontissimo a studiare il dossier e affiancarsi al lavoro del Parlamento” a cui “spetta di prendere l’iniziativa”. Intervistato da Repubblica, il ministro sostiene che “bisogna intervenire per evitare che una minoranza di lavoratori tenga in ostaggio una maggioranza di cittadini nelle loro esigenze quotidiane. Questi sono i danni di una situazione inaccettabile”. Per questo, spiega, “immagino un filtro. Non è possibile che si proclamino scioperi a prescindere, con rappresentanza del 10% dei lavoratori. In altri Paesi non è consentito”.

Quindi, appunto, “deve contare se è proclamato da organizzazioni rappresentative o meno”. Nel caso in cui fossero poco rappresentative, “magari non è necessario fare un referendum ogni volta, ma almeno si può immaginare di sancire tempi più lunghi di preavviso nel caso in cui lo sciopero venga proclamato da organizzazioni che non rappresentano il 50% dei lavoratori”, osserva il ministro. “Nulla di nuovo, è già previsto nel pubblico impiego”. In ogni caso “deve essere il Parlamento a prendere iniziative”.

E in Parlamento le proposte ci sono. In base a quella di Ichino le agitazioni nei trasporti pubblici vanno autorizzate solo quando a proclamarle sono sigle sindacali che rappresentano la maggioranza dei lavoratori interessati. Se a promuovere l’agitazione sono sigle minoritarie, i dipendenti coinvolti dovranno esprimersi con un referendum. Anche quella che vede come primo firmatario Sacconi punta a limitare i disagi per gli utenti nel caso di proteste indette da sindacati minoritari attraverso il referendum preventivo (con il rischio però di dare una tribuna ai sindacati più piccoli). Ma soprattutto prevede una dichiarazione anticipata di adesione da parte dei lavoratori interessati. “La dichiarazione anticipata – ha spiegato Sacconi – è utile per informare la collettività sui possibili disagi”. Il provvedimento prevede anche l’obbligo della revoca dello sciopero con anticipo “congruo” per evitare i rischi dell’effetto annuncio. Spesso, infatti, accade che le astensioni dal lavoro, soprattutto nei trasporti, vengano revocate, creando comunque disagi. Si discute anche di sciopero virtuale, della possibilità cioè di scioperare garantendo la prestazione lavorativa ma perdendo il salario che va in un fondo da dedicare alla formazione con l’obbligo per l’azienda a versare la stessa quota. “Da oltre un anno il percorso di approvazione della legge si è fermato – ha detto Sacconi – in attesa della posizione del Governo. Siamo pronti a riprende l’iter”.