di Manuela Scornaienghi

“Non mi sarei sentita dunque di intervenire se non avessi scoperto”, ormai molti anni fa, che in Italia fare figli è un privilegio per pochi. È un dato di fatto, quello di cui parla Elisabetta Ambrosi nel suo post. Con sofferente consapevolezza, bisogna prenderne atto e, dunque, agire di conseguenza. In che modo? Non mettendo al mondo piccoli cittadini italiani di cui “praticamente” non importa nulla a nessuno tranne a chi, nei casi positivi,  percependoli come diretta emanazione di se stesso, li considera come bene supremo privato e agisce di conseguenza: la famiglia. Nutrendo, pulendo, cambiando, intrattenendo, istruendo, giocando, addormentando, medicando, coccolando, autonomamente i propri figli, i genitori italiani confermano nella pratica e approvano, più o meno consapevolmente nella teoria, la precisa scelta della politica italiana che vede i bambini non come la “ricchezza sociale” del Paese, di cui l’intera comunità dovrebbe praticamente ed eticamente farsi carico, ma come un fatto (problema o risorsa) privato di cui solo ed esclusivamente il nucleo familiare è responsabile.

Io non ho figli: secondo il buon senso comune, ho “perso troppo tempo a pensare se averli o no”. Ma io non credo di averlo perso quel tempo. Quel tempo l’ho impiegato e lo impiego, tra l’altro, a capire la realtà in cui vivo. Quel tempo l’ho impiegato e lo impiego anche a osservare le mamme (a cominciare dalla mia) mentre compivano e compiono “una serie di azioni, al termine delle quali è difficile non restare in qualche modo spossati”, a osservarle mentre “tutti i giorni spendono (spendevano) le loro migliori energie per curare i propri figli (…) spesso prosciugandosi e restando senza forze, prive di qualsiasi risorsa per dedicarsi ad altro”.

È proprio qui che il cane inizia a mordersi la coda. Come lei signora Ambrosi ha ben scritto: “Spesso prosciugandosi e restando senza forze, privi di qualsiasi risorsa per dedicarsi ad altro” che non sia l’immediato, il contingente, il privato mi permetto di aggiungere io. Mi viene in mente mia madre negli anni 70, quando guardando le manifestazioni femministe in tv mestamente commentava “Beate loro che hanno la forza e il tempo”. E mi vengono in mente le mie colleghe o amiche in questi anni quando alla proposta di uno sciopero o di una manifestazione rispondono “Non posso permettermelo, mi tolgono troppi sodi dallo stipendio” oppure “E come faccio? Devo prendere il bimbo all’asilo, poi devo portalo a calcio. Seee, figurati il padre”.

Lasciamo stare gli odiatori di professione; non solo non meritano attenzione di per sé, ma rischiano di indirizzare, ancora una volta, il dibattito sugli effetti e non sulle cause che hanno determinato la tragedia di cui parla nel suo articolo. Lasciamo stare la Presidente della commissione parlamentare dell’Infanzia, non è lei a sbagliare, occupandosi di ciò che le sta a cuore (anzi bisognerebbe essere contenti per lei, che può farlo) ma chi le ha affidato l’incarico, in coerenza con il totale disinteresse per le problematiche legate all’infanzia in questo Paese.

Concentriamoci e confrontiamoci invece sulla condizione femminile in Italia; sulla perpetua “scientifica” ingiustizia nella quale siamo costrette a vivere in cambio dell’ottenimento (parziale) del diritto all’autonomia economica.  Cerchiamo di capire perché e attraverso quali meccanismi dagli anni 70 in poi per le donne italiane è iniziata una vera e propria involuzione esistenziale e sociale, di cui, ahimè, buona parte non è nemmeno consapevole perché “per curare i propri figli… Spesso si sono prosciugati e sono rimasti senza forze, privi di qualsiasi risorsa per dedicarsi ad altro”. Nessun governo ci regalerà gli strumenti per prenderci cura di noi stesse e dei nostri figli in maniera dignitosa e soddisfacente; nessun governo cambierà gli orari degli uffici pubblici, degli asili, dei negozi, per metterci in condizione di poter essere cittadine e madri con modalità e tempi “umani”. Allora? O non si fanno più figli o si lotta.

Ma per lottare, signora Ambrosi, sono necessarie tante forze fisiche e finanziarie; sono necessari sacrifici familiari e privati. Intanto il cane continua a mordersi la coda.

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